Con la Manovra di Bilancio e gli ultimi emendanti il quadro dei progetti in corso a carico dell’esecutivo è delineato. Ora serve attuarli, evitando il rischio di un ulteriore stallo. Perché il 2019 deve essere un anno decisivo per l’innovazione del sistema Paese.

L’ultima puntata (nota) dell’ormai lunga storia del “progetto” varato nell’ottobre del 2012 dall’allora esecutivo Monti sono gli emendamenti al Decreto legge Semplificazioni approvati dalle commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici del Senato a fine gennaio. Nella lista delle mozioni spiccano voci che toccano da vicino i temi contenuti dell’Agenda Digitale.

Proviamo in sintesi a riassumerli: un iter più “snello” per la posa della nuove reti a banda larga (soprattutto in caso di utilizzo di tecnologie di scavo a basso impatto ambientale), l’esenzione degli operatori sanitari dall’obbligo della fatturazione elettronica, l’esclusione di altri soggetti (oltre agli over the top, nei confronti dei quali è stata pensata l’applicazione della norma) come Borsa Italiana dall’applicazione della Web Tax, la “certificazione” di blockchain e smart contracts quali tecnologie per l’aggiornamento e l’archiviazione di dati. In ultimo c’è il passaggio, previsto a partire dal 2020, dei poteri e delle funzioni del Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale al presidente del Consiglio.

Al di là di disquisire sul “profilo” di chi prenderà in mano le redini di questa carica fra dodici mesi, è interessante oggi mettere a fuoco cosa c’è sul tavolo dell’esecutivo e delle figure deputate a gestire i progetti legati al digitale (in primis Luca Attias, l’erede di Diego Piacentini nel ruolo di Commissario, e il direttore generale dell’Agid Teresa Alvaro).

A detta di molti il 2019 potrebbe essere l’anno del tanto aspettato cambio di passo per la trasformazione in chiave tecnologica del Paese ma non sono pochi coloro che, lecitamente, scorgono elementi di preoccupazione legati a una possibile ed ulteriore (nonché molto pericolosa) empasse nell’attuazione dei progetti definiti sulla carta.

Diversi autorevoli rappresentati dell’ecosistema dell’innovazione italiano applaudono alle misure contenute nel Legge di Bilancio 2019 per quanto riguarda gli incentivi fiscali a supporto degli investimenti in materia di Industria 4.0 e gli strumenti a beneficio di startup e venture capital. Ma l’invito a ragionare in termini strategici e di lungo termine (e non in forma di provvedimenti di natura tattica) suona altrettanto forte e va letto chiaramente come un invito a definire in modo chiaro e programmatico un piano di crescita organica legata a questi settori.

Se il 5G è il “leit motiv” che accompagnerà molte se non tutte le iniziative in materia di telecomunicazioni, è necessario per contro evidenziare che sullo sviluppo delle nuove reti qualche ombra aleggia (di carattere normativo e legata ai grandi operatori coinvolti) così come non sembra del tutto cristallino il futuro del piano per la banda ultralarga.

C’è poi la “new entry” della fatturazione elettronica, di cui è troppo presto per stendere un bilancio, e ci sono tutti i provvedimenti legati alla Pubblica Amministrazione, da PagoPa a Spid passando (e sono ancora dolenti note) per scuola e sanità digitale. La partita da affrontare, come si può ben intuire, è parecchio ricca di elementi importanti e forse vitali per il futuro del Paese. Giocarla con superficialità sarebbe completamente deleterio. Per tutti.

 

A che punto sono le aziende italiane?

Oltre 110 manager intervistati, prevalentemente dell’area Ict e appartenenti a grandi aziende attive sul territorio, per capire il grado di avanzamento nell’adozione delle nuove tecnologie e di metodologie avanzate per lo sviluppo software. Da una recente ricerca condotta da The Innovation Group sono emerse alcune indicazioni circa la diffusione e l’effettiva rilevanza dei progetti di trasformazione digitale messi in atto dalle imprese.

Fra le principali risultanze emerse spiccano innanzitutto quelle che confermano come la funzione It sia sollecitata dal business soprattutto rispetto allo sviluppo di nuove applicazioni e funzionalità (voce citata nel 67% dei casi) e all’aggiornamento di sistemi e applicazioni (53%). Fa specie apprendere, invece, che solo un quarto (il 26%) dei responsabili informatici dichiari di essere coinvolto in attività di supporto alla reperibilità, alla raccolta e all’analisi dei dati interni e esterni l’azienda.

Se in alcuni casi questo dato si spiega con la presenza, soprattutto nelle grandi organizzazioni, di funzioni e figure specifiche dedicate (come il data scientist), è altrettanto vero che si sta delineando una dicotomia tra la richiesta del business in direzione dello sviluppo di applicazioni “data intensive” e l’orientamento più tradizionale delle strutture It interne, focalizzate soprattutto su iniziative nell’ambito del consolidamento dell’infrastruttura (nel 70% dei casi) e della razionalizzazione e ammodernamento del parco applicativo (65%).

 Secondo gli esperti di Tig è quindi evidente come i Chief information officer siano ancora molto orientati al miglioramento dell’installato e come l’attività di gestione e analisi dei dati abbia ancora un taglio prevalentemente “tradizionale”, orientato all’analisi interna dei “core data” tramite strumenti di business intelligence.

Oltre un terzo delle aziende dichiara invece di considerare in prospettiva i Big Data e gli Analytics come aree di maggiore investimento e conferma la cybersecurity come una delle aree di maggiore investimento per il futuro, mentre il 27% dei manager sta investendo in servizi di cloud computing e il 28% nell’ambito delle infrastrutture in-house. Nel complesso, lo studio fotografa un approccio ancora molto tradizionale delle funzioni It e pochi ambiti (per altro “non core”) in cui sta crescendo l’attenzione verso nuovi modelli di gestione e accesso alle risorse informatiche.