Dalla finanza alla sicurezza informatica: il giro d'affari di prodotti e servizi basati sull'intelligenza artificiale, secondo Idc, crescerà di oltre il 50% all'anno da qui al 2020. Per salvaguardare il valore del lavoro umano, secondo Accenture, bisognerà puntare sulle competenze.

A che cosa serve, e a che cosa potrà servire, l’intelligenza artificiale di cui tanto si parla ultimamente? I campi di applicazione sono così eterogenei da suggerire di dover parlare piuttosto di “intelligenze”, al plurale.

Dagli algoritmi che alimentano le applicazioni rivolte all’utente finale, come quelle di traduzione automatica e di riconoscimento immagini (Skype e Google Lens, per citare le più popolari), a quelli che rendono più pertinenti le ricerche Web di siti e fotografie, passando per i sistemi predittivi che consentono ai social network di personalizzare la visualizzazione dei contenuti o di abbinare un’inserzione pubblicitaria al suo miglior target.

Diversi vendor di sicurezza informatica, invece, hanno cominciato a integrare capacità intelligenti all’interno dei propri sistemi di rilevamento delle minacce, per renderli meno soggetti a falsi negativi e più abili nello scovare comportamenti sospetti. E ancora va citato l’hardware dei supercomputer e delle grandi piattaforme (ora rese fruibili anche via cloud) come Watson di Ibm, o i robot umanoidi che in alcuni Paesi del mondo – Giappone in testa – si stanno sostituendo al personale in carne e ossa nei negozi o nelle reception degli hotel.

Di ancora maggior impatto è l’uso degli algoritmi in ambiti come la finanza, quotidianamente alle prese con grandi volumi di dati da analizzare e monitorare (per esempio, per rilevare frodi su carte di credito o per calcolare il rischio di un investimento)..

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Idc, quest’anno i sistemi sistemi cognitivi e di Ai raggiungeranno un valore di 12,5 miliardi di dollari, il 60% in più rispetto al 2016, e si continuerà poi a ritmi non molto inferiori (54% medio) fino al 2020, quando il mercato toccherà i 46 miliardi di dollari.

Nel solo 2017 gli investimenti delle aziende saranno rivolti soprattutto (per 4,5 miliardi di dollari) verso le applicazioni industriali in grado di apprendere, scoprire e offrire raccomandazioni o previsioni, seguiti dai servizi informatici “intelligenti”, (3,5 miliardi); seguiranno gli acquisti di piattaforme e servizi di computing cognitivo (2,5 miliardi) e quelli di server e sistemi storage in cui elaborare crescenti volumi di dati (1,9 miliardi di dollari). Da qui al 2020 buona parte del valore di mercato sarà generata da chi opera in settori fortemente regolamentati, come i servizi bancari e quelli di investimento.

Le polemiche sul rapporto fra tecnologie innovative e lavoro sono all’ordine del giorno. Mentre i loro possibili impatti sui livelli occupazionali restano materia di studio, da Accenture arrivano buone notizie: l’Artificial Intelligence, unita alla definizione di nuovi mercati digitali, favorirà la creatività, il genio e la produttività.

Altre tecnologie utili allo scopo saranno gli analytics applicati ai Big Data e all’Internet of Things, ovvero soluzioni che sapranno adattarsi ai bisogni delle persone, se non addirittura di anticiparli. È questo il risultato dello report “Technology Vision 2017”, realizzato da Accenture mettendo insieme le considerazioni di esperti e consulenti (inclusi luminari universitari, imprenditori, ricercatori) e le risposte raccolte in 31 Paesi da oltre 5.400 dirigenti ed executive It di aziende con fatturato non inferiore ai 500 milioni di dollari.

Secondo lo studio, l’intelligenza artificiale potrebbe addirittura far raddoppiare il tasso di crescita delle economie sviluppate previsto da qui al 2035, nonché migliorare anche del 40% la produttività sul lavoro. Attenzione, però: si possono ottenere benefici a patto di intervenire radicalmente su alcuni modelli produttivi e di rafforzare ruoli e competenze delle persone.

C’è chi già si sta organizzando. Ben l’85% degli intervistati ha detto che la propria azienda farà significativi investimenti in Ai entro i prossimi tre anni; un 31% di avanguardisti, inoltre, sta pianificando di utilizzare estensivamente gli studi sul comportamento dell’uomo per creare nuove forme di user experience, sempre da qui a tre anni.

L’85% delle realtà, invece, intende reclutare nuovi freelance già entro dodici mesi. A detta del 79% degli intervistati, il machine learning rivoluzionerà anche le modalità di raccolta dei dati e di interazione delle aziende con i clienti. Percentuali alte, motivate dalla lungimiranza, dalla cultura aziendale e dai budget a disposizione delle grandi imprese. E che però lasciano l’interrogativo su come si muoveranno le piccole e medie imprese.