Gli analisti di Gartner hanno immaginato lo scenario dei prossimi dieci anni di innovazione. Le tendenze? L’intelligenza artificiale sarà più democratica, mentre la blockchain vivrà alti e bassi. Ma sarà rivoluzionaria.

Come l’abbigliamento, anche la tecnologia vive di mode, tendenze e grandi ritorni. Si pensi, ad esempio, all’intelligenza artificiale. L’idea di replicare le capacità di ragionamento della mente umana tramite le macchine non è nuova e le prime formulazioni accademiche risalgono addirittura al secondo dopoguerra.

Ultimamente, però, grazie all’enorme diffusione di smartphone e dispositivi elettronici personali, gli algoritmi di Ai sono tornati con prepotenza alla ribalta. Non è quindi un caso che Gartner, nel suo ultimo report “Hype Cycle for Emerging Technologies”, riservi molto spazio al concetto di democratizzazione dell’intelligenza artificiale. Il documento prodotto dalla società di ricerca raccoglie in cinque macroaree 35 tecnologie e tendenze emergenti del panorama It e le pone su un’ipotetica scala di applicazione temporale (da due a dieci anni), valutandone anche l’impatto (basso, moderato, alto e rivoluzionario).

In questa scala gli algoritmi “pensanti” occupano il posto d’onore. Secondo Gartner, nei prossimi dieci anni l’Ai sarà virtualmente ovunque e permetterà ai cosiddetti early adopter di ottenere un rilevante vantaggio competitivo sui concorrenti. L’evoluzione tecnologica porterà nelle mani dei Cio soluzioni come le reti neurali profonde, i robot intelligenti, gli assistenti virtuali e i veicoli a guida autonoma.

Ovviamente, l’orizzonte temporale sarà differente. Per esempio, le macchine senza conducente diventeranno di massa tra una decina d’anni, mentre prodotti quali i “maggiordomi digitali” sono ormai praticamente già maturi e capaci di dirompenti impatti sul mercato.

Basti pensare alle potenzialità di software come Google Assistant o Apple Siri. Secondo la società di ricerca, comunque, saranno tre gli elementi che faciliteranno la grande diffusione dell’intelligenza artificiale: l’accessibilità del cloud, l’apertura del codice di applicazioni e servizi e la comunità dei “maker” (persone che creano tecnologie e prototipi in modo “artigianale”).  Il report dedica ampio spazio anche alla blockchain, che rientra nel filone degli “ecosistemi digitalizzati”. E qui c’è forse una prima sorpresa negativa.

Pur stimando un mercato di oltre tremila miliardi di dollari nel 2030, Gartner si è dimostrata particolarmente cauta sul fenomeno dei registri distribuiti. L’hype sulla tecnologia alla base del bitcoin sarebbe già tramontato e la catena di blocchi sarebbe entrata nella fase del disincanto. Per questo gli analisti stimano che la blockchain possa diventare realmente popolare (mainstream) non prima di cinque-dieci anni.

Quando, cioè, si creerà finalmente un ecosistema florido che abbia le spalle abbastanza larghe da sostenere lo sviluppo di progetti concreti. Entro il 2020 la diffusione dei registri distribuiti dovrebbe salire del 120%, per poi calare e tornare nuovamente a crescere dopo il 2026. Prima di allora, nel giro di due anni non supereranno la fase pilota nove applicazioni di smart contract su dieci ed entro il 2021 fallirà ben il 95% delle iniziative di data management.

All’interno della categoria “ecosistemi digitalizzati”, gli analisti includono anche le piattaforme per l’Internet delle cose, il concetto di digital twin (repliche virtuali capaci di riprodurre fedelmente il comportamento di sistemi reali) e i knowledge graph: tutti questi paradigmi raggiungeranno la fase di maturazione fra cinque o dieci anni. Tempi più rapidi invece per il 5G, in quanto le reti di quinta generazione sono attese già nel 2019.

Le nuove connessioni mobili superveloci, insieme a nanotubi di carbonio, chip Asic per la creazione di reti neurali profonde, calcolo quantistico e hardware neuromorfico fanno parte del gruppo “infrastrutture ubique”: nella visione di Gartner, si tratta di elementi in grado di garantire una capacità di elaborazione sempre disponibile. Chiudono il quadro le categorie “esperienze immersive trasparenti” e “biohacking fai da te”.

In questi casi si entra spesso nel puro ambito accademico e di ricerca, in quanto si parla di argomenti come la nutrigenomica, la smart dust (particelle funzionanti come sensori) e la stampa 4D. Quest’ultima, ad esempio, unisce agli ormai definiti processi di manifattura additiva la dimensione temporale, creando così oggetti che possono rispondere a stimoli esterni modificando in autonomia il proprio stato.