L'ultima edizione dell'osservatorio europeo Nifo ha evidenziato su molti aspetti il ritardo della Penisola rispetto alla media dell'Ue a 28: dall'accesso a Internet fino alle interazioni digitali con la Pubblica Amministrazione. I progressi ci sono, ma troppo lenti.

Nelle vite sempre più “digitalizzate” degli italiani, il principale vuoto da riempire riguarda ancora oggi il dialogo fra cittadino e Stato. È un vuoto che, va detto, piano piano si sta colmando con azioni istituzionali e sistemiche.

Come per esempio, per citare la più recente, la nuova versione del portale degli open data governativi (lanciato originariamente nel 2015) presentata lo scorso marzo dall’AgID: sono attualmente circa 18mila gli archivi di dati catalogati e liberamente consultabili dal cittadino, nonché a disposizione sul portale open source GitHub.

E poi, a ritroso, i progressi del sistema di pagamento dematerializzato PagoPA (a gennaio si conteggiavano oltre 15mila pubbliche amministrazioni affiliate, di cui però solo due terzi attive) e il superamento del milione di identità digitali emesse da Spid (sempre a gennaio).

Su scala locale, città come Milano, Torino, Venezia, Roma, Bari, e Palermo si sono impegnate a digitalizzare, entro la fine dell’anno, una parte o la totalità dei servizi riferibili all’amministrazione comunale tramite un “fascicolo del cittadino” (ne parliamo nel box alla pagina seguente). 

Il problema sta non tanto nella natura, quanto nella lentezza di questo processo, al punto che risulta quasi impossibile non citare il solito ritornello del ritardo italiano rispetto ai vicini di casa europei.

La conferma che non si tratti di un luogo comune giunge dal National Interoperability Framework Observatory (Nifo), un osservatorio della Commissione Europea che annualmente misura gli avanzamenti dei Paesi membri nel campo della digitalizzazione della società.

Nella sua ultima versione, riferita al 2016, i dati Eurostat su cui si basa lo studio hanno evidenziato per l’Italia una percentuale di abitazioni connesse a Internet inferiore alll’80%, rispetto a una media europea superiore all’85%; di contro, è apprezzabile il fatto che la quasi totalità (98%) di aziende nostrane sia dotata di connettività, con sostanziale allineamento alla media comunitaria (97%).

E coincide, sul 94%, anche il dato riguardante la quota di imprese - italiane ed europee - che sfruttano collegamenti su banda larga.

I veri dolori arrivano, però, quando si esaminano i livelli di e-government, cioè la gestione digitale del rapporto fra cittadini e Pubblica Amministrazione. Nell’Europa a 28, la fetta di persone che ricorre a Internet per interagire con uffici e autorità pubbliche è del 48% mentre nello Stivale si limita al 24% ovvero a soli quattro punti percentuali in più rispetto alla situazione del 2008.

In nove anni, insomma, il progresso pare chiaramente misero, anche senza voler scomodare paragoni con il picco europeo della Danimarca, dove l’88% dei residenti utilizza il Web per comunicare con gli enti pubblici centrali o locali. Tra chi si è mosso più rapidamente spicca invece la Lettonia, passata dal 20% del 2008 all’attuale 69%.

La sostanza non cambia se si osservano indicatori più specifici, come per esempio l’abitudine di scaricare documenti ufficiali della Pubblica Amministrazione: riguarda quasi il 30% dei cittadini comunitari e solo il 15% degli italiani.

Allargando lo sguardo, a considerare anche i livelli di partecipazione civica, il diritto all’informazione e l’accesso ai dati, l’indice “Wjp Open Government Index” del World Justice Project nel 2015 ci collocava solo al 28esimo posto (schiacciata fra Sud Africa e Georgia) nella classifica delle 102 nazioni valutate. In cima alla lista svettava la Svezia, seguita da Nuova Zelanda, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi, mentre la maglia nera è toccata allo Zimbabwe.