La ricerca di un persistente time-to-market sta portando sempre più aziende ad abbracciare soluzioni infrastrutturali e applicative in modalità “a servizio”. La trasformazione digitale esige, infatti, strumenti flessibili e scalabili, che consentano sperimentazioni continue. L'analisi del fenomeno nella visione di Sergio Patano di Idc.

Un mercato in piena espansione, destinato a un tasso d’incremento a doppia cifra da qui fino al 2020, quando bucherà il tetto dei 200 miliardi di dollari a livello mondiale. Queste le previsioni della società d’analisi Idc per il cloud, la “nuvola” di servizi che sempre più spesso accompagna le aziende nel necessario percorso di trasformazione digitale.

Nel 2017 il giro d’affari complessivo delle sue tre principali componenti (vale a dire infrastruttura, piattaforme e applicazioni) si attesterà attorno ai 122,5 miliardi di dollari (+24,5% rispetto al 2016), con un contributo dell’Europa Occidentale pari a circa 24 miliardi.

Il peso dell’Italia su questa cifra? A dettagliarlo a Technopolis è Sergio Patano, senior research and consulting manager di Idc Italia, convinto che il passaggio al cloud computing sia ormai un fenomeno a cui nessuna azienda moderna possa pensare di sottrarsi se vuole restare competitiva sul mercato.

Qual è oggi lo scenario d’adozione del cloud pubblico in Italia e quali le prospettive fino al 2020?

Gli investimenti delle aziende italiane continuano a essere decisamente alti. Secondo le ultime indagini di Idc, oltre l’85% delle organizzazioni intervistate dichiara di avere implementato il cloud in modalità pubblica, mentre si arriva a quasi il 90% nel caso del modello privato. In ambito public cloud, è a livello di piattaforma (Platform as a Service) e applicativo (Software as a Service) che si registrano i tassi di adozione più elevati, oltre il 70%. L’offerta infrastrutturale, con una percentuale superiore comunque al 60%, risulta essere invece meno diffusa. Questi livelli d’adozione spingono gli investimenti tanto in public quanto in private cloud: per il 2017, infatti, prevediamo che in Italia i due mercati crescano rispettivamente del 25% e del 17%, arrivando a superare 1,5 miliardi di euro. E a tendere non sono previsti eccessivi rallentamenti, tanto che per il periodo 2016-2020 stimiamo un tasso di incremento medio annuo per il cloud pubblico pari al 22% e per quello privato un tasso del 15%. Complessivamente si arriverà, quindi, a superare il valore totale di 2,5 miliardi di euro.

Quali sono le principali leve di crescita del cloud pubblico nel nostro Paese?

Da tempo le aziende hanno affiancato al semplice driver del risparmio altre motivazioni strettamente connesse alle effettive necessità di business. In particolare, sono le esigenze di flessibilità, agilità e scalabilità, oltre alla ricerca di un persistente time-to-market a guidarle verso il cloud pubblico. Anche la ricerca d’innovazione di prodotti e servizi gioca un ruolo fondamentale, soprattutto nell’ottica di un ritorno alla sperimentazione. Le aziende, infatti, hanno compreso che il cloud pubblico consente di sperimentare con maggior semplicità e con un livello di pressione economica/finanziaria decisamente inferiore. Lo sviluppo, poi, di workload sempre più pesanti, quali i Big Data o l’IoT, costituisce un fattore altrettanto importante, che spinge le aziende verso la nuvola o meglio verso lo sviluppo di soluzioni ibride, in cui si sfruttano le potenzialità del cloud pubblico in termini di capacità e flessibilità, preservando però gli investimenti infrastrutturali passati.

Si tratta di un fenomeno trasversale o che interessa solo specifiche tipologie di azienda?

Il cloud sta investendo le imprese di tutti i settori e di tutte le dimensioni. Costituisce, infatti, un’evoluzione a cui le aziende moderne non possono sottrarsi se vogliono mantenersi competitive e rilevanti sul mercato. Oggi le organizzazioni sono consapevoli di questo, al punto che nella richiesta di sviluppo della propria infrastruttura It l’opzione “cloud first” è diventata una discriminante fondamentale nella scelta del proprio partner tecnologico.

Quali sono i punti fondamentali da valutare nella scelta del fornitore?

Nella scelta del cloud service provider è opportuno che le organizzazioni tengano in considerazione alcuni aspetti fondamentali. I più importanti riguardano l’aderenza agli standard, la chiarezza degli Sla (Service Level Agreement, ndr), la compliance e la distanza fra il data center aziendale e quello del provider. Esistono, infatti, limiti fisici legati alla velocità di trasmissione del dato, che potrebbero incidere sui tempi di latenza. L’adozione di soluzioni standard da parte del cloud service provider è, invece, fondamentale per assicurarsi non solo la completa interoperabilità tra gli ambienti, ma anche una “exit strategy” in caso non siano rispettati gli Sla concordati. A tal proposito, è opportuno che i livelli di servizio minimo siano definiti in fase di disegno della soluzione cloud, così come i Kpi da monitorare. Importante è anche richiedere la tracciabilità del dato all’interno del data center per garantirsi l’aderenza alla normativa sulla territorialità del dato. Infine, occorre diffidare di quei Csp che vogliono mettere tutto in cloud: non tutto, infatti, può o deve essere messo sulla nuvola.