Il presidente e gli amministratori delegati di Bip -  Nino Lo Bianco, Fabio Troiani e Carlo Capé,  spiegano i passi da compiere per le aziende sulla strada della trasformazione digitale. Le priorità? Collaborazione e competenze, oltre alle nuove tecnologie.

Nella corsa alla digitalizzazione l’Italia arranca. Lo dice il “Digital Economy and Society Index” (Desi) edizione 2018, diffuso nelle scorse settimane dalla Commissione Ue, secondo il quale il nostro Paese si piazza al 25° posto sui 28 Stati membri dell’Unione. La nostra economia non fa dunque passi avanti sulla strada dell’innovazione tecnologica e a pesare maggiormente sono, in particolare, la carenza di competenze digitali e lo scarso utilizzo dei servizi online.

Se si vuole parlare di impresa 4.0, a detta di Fabio Troiani, co-amministratore delegato di Bip – Business Integration Partners, è necessario superare “un gap che si riflette in modo assai diversificato anche sulle aziende e che si spiega con i limitati investimenti nel digitale operati fino a oggi”.

È un compito difficile, insomma, quello a cui è chiamato il sistema Paese per invertire la tendenza evidenziata dall’indice Ue. “Le tecnologie”, riassume Troiani, “sono un coacervo molto ampio, che abbraccia soluzioni avanzate nel campo dell’intelligenza artificiale, dell’Internet of Things, della blockchain e della realtà aumentata. Le potenzialità di sviluppo sono enormi, ma il livello di conoscenza è ancora basso. Elevare la consapevolezza delle imprese in tema di innovazione digitale, educarle a utilizzare i nuovi strumenti tecnologici in modo concreto e superare lo scetticismo di fondo è il primo passo: il nostro ruolo diventa quello di coach al fianco di imprenditori e manager, che possano aiutarli a capire gli impatti della trasformazione”.

Ma quanto è radicata in azienda, oggi, la consapevolezza di poter vincere la sfida della trasformazione digitale? E come si sta muovendo il management per gestire il necessario cambiamento che interessa tutti i processi e tutti i livelli dell’organizzazione? Da dove occorre partire, infine, per affrontare questo percorso di evoluzione? L’esigenza di cambiare pelle all’impresa, portandola a “pensare” e a muoversi secondo il modello 4.0, genera nuove complessità ma è anche una grande occasione, soprattutto per i chief information officer e per i direttori delle risorse umane.

Ne è convinto Carlo Capè, co-amministratore delegato di Bip, che inquadra la trasformazione “come una sommatoria fra persone e tecnologie. Non c’è una formula standard, dipende dall’azienda e dipende ovviamente dal management aziendale. Al momento osserviamo un doppio problema: i responsabili Hr che hanno compreso e capito la problematica sono pochi e non tutti i Cio si stanno facendo carico del cambiamento”.

Persiste dunque una situazione di stallo, che chiama spesso e volentieri il Ceo o il direttore generale a imporre all’area It una virata “forzata” e non programmata degli investimenti (i quali spaziano dalle classiche soluzioni informatiche ai nuovi strumenti digitali).

“Il ruolo di una società di consulenza come la nostra”, aggiunge Capè, “diventa importante e decisivo solo se esistono un forte impegno da parte dei vertici dell’azienda, e quindi una partecipazione attiva del top management, la disponibilità di budget adeguati, una grande attenzione alla componente organizzativa e la presenza di figure dedicate all’innovazione, come il chief digital officer o il chief transformation officer.

Figure che solo in pochissimi casi hanno raccolto le funzioni del classico Cio. Oggi accompagniamo le aziende nel definire e portare avanti il processo di trasformazione digitale, ma per farlo è necessario il totale coinvolgimento di tutti i manager di linea operanti al fianco del Ceo, in una logica di cablatura perfetta che sappia rispondere a processi drasticamente mutati. La priorità dev’essere per tutti quella di definire in modo chiaro la mappa della digitalizzazione”.

L’impresa 4.0 non può quindi prescindere da un team trasversale alle varie funzioni, che possa aprire l’orizzonte alla ricerca di risorse esterne (le startup, per esempio) in grado di offrire la soluzione tecnologica ad hoc e allineata alle esigenze del business.

 

L’obiettivo comune dell’innovazione

Le opportunità a cui fanno riferimento i due amministratori delegati di Bip dipendono dalla velocità con la quale le imprese provano a reagire al cambiamento in atto. Ma vanno anche di pari passo con la necessità di intervenire sul fronte delle competenze e della formazione: cambiare mentalità, insomma, deve diventare un mantra.

I progetti digitali, come suggerisce Troiani, andrebbero affrontati con l’approccio “trial & error” proprio delle startup, “ma il manager italiano non è mediamente portato a seguire questo modello, anche perché non ha esempi a cui fare riferimento. Occorre fare propria una mentalità agile e creare fra i silos aziendali quella collaborazione che oggi non esiste o quasi”.

Nell’impresa 4.0, insomma, il cambiamento va affrontato con preparazione e chi lo gestisce deve avere un “potere” non legato alle persone alle sue dipendenze, bensì strutturato da un punto di vista funzionale e operativo. “Chi guida l’azienda”, fa notare nello specifico Capè, “dovrebbe essere il primo motore della trasformazione. E invece riscontriamo, in alcuni casi, Ceo che si rivolgono a fornitori di tecnologie senza consultare le persone interne, rimanendo ancorati a vecchi e superati modelli”.

Lo scoglio contro il quale molte organizzazioni vanno ancora a sbattere è l’incapacità di focalizzare l’attenzione sui punti chiave che rendono vincente la strategia aziendale. La difficoltà di determinare un preciso ritorno degli investimenti in chiave digitale, un ritorno misurabile sul processo e sull’efficienza operativa, complica ulteriormente il compito delle imprese.

“In alcuni casi”, spiega Troiani, “i benefici correlati all’adozione delle nuove tecnologie sono immediati, e penso ad alcune specifiche implementazioni dell’intelligenza artificiale. In altri, legati per esempio a soluzioni complesse di Big Data analytics, invece lo sono meno e si concretizzano solo nel lungo termine. In ogni caso, ciò che va assolutamente evitato sono i conflitti di interesse fra le varie competenze in campo. L’assenza di una “best practice” tecnologica di riferimento, dovuta all’estrema velocità dell’evoluzione della tecnologia stessa, rende inoltre più difficoltoso il processo di scelta. Da qui l’esigenza di una visione aperta della problematica, che trova sponda nel nuovo ruolo delle società di consulenza”.

“Stiamo vivendo”, rimarca Capè, “un cambio di pelle importantissimo per indossare gli abiti dell’architetto e smettere quelli del meccanico. Anche per le aziende c’è una grande opportunità di immettere valore aggiunto nell’ambito del processo di trasformazione digitale”.

L’imperativo del cambiamento è il punto di partenza e la sfida, per i Ceo in primis, è quella di anticiparne le linee guida, razionalizzandone i possibili impatti sull’organizzazione e acquisendo sul mercato le competenze (digitali) non disponibili in azienda.

Il viaggio verso l’impresa 4.0 è dunque iniziato, ma come facilmente immaginabile corre a due velocità perché vi sono vincoli di risorse evidenti. Le medie e medio-grandi organizzazioni (da 300 milioni a un miliardo di euro di fatturato), secondo Bip, sono più indietro e mostrano un atteggiamento maggiormente riflessivo: molti progetti pilota sul tavolo e tanti piccoli investimenti nel digitale, ma senza una strategia definita.

Le grandi e grandissime imprese invece si sono mosse rapidamente perché hanno ricevuto sollecitazioni forti: chi più chi meno, tutte si sono svegliate e hanno intrapreso un percorso di innovazione. Fatto il piano per affrontare la trasformazione, concludono i due Ad, “è però necessario attuarlo, e per questo servono figure di livello in grado di portare avanti operativamente i progetti”. Altrimenti il rischio di rimanere indietro aumenta, molto rapidamente.