La migrazione di sistemi e applicazioni nella nuvola è in crescita ma nelle aziende mancano ancora competenze dedicate. Ecco come, secondo Ovh, prossima ad aprire una server farm in Italia, si deve investire a livello di infrastruttura informatica.

Il cloud computing è un’opportunità. Lo è per le imprese italiane (anche quelle piccole) che cercano nelle nuove tecnologie una strada per trovare e ritrovare competitività e lo è per i provider di servizi informatici che si muovono sul mercato per incontrare la domanda di soluzioni “su misura” di molte aziende alle prese con l’aggiornamento delle infrastrutture It. La sfida per innovare corre su due fronti, fra competenze e modelli di utilizzo della tecnologia. Ne parliamo con Dionigi Faccenda, Sales & Marketing Director di Ovh in Italia.

Il mercato italiano del cloud, nel 2016, è cresciuto del 23%: cosa significa questo numero per un provider, qual è Ovh, che vuole decisamente scalare verso l’alto?

Il contesto che emerge da questi dati conferma che stiamo andando nella giusta direzione nel perfezionamento della nostra offerta, estesa sostanzialmente con l’acquisizione di VCloud Air e declinata su tutti i livelli: ibrido, pubblico e privato. Nell’ambito dei servizi di private cloud, in particolare, i ricavi italiani sono in crescita del 50%, in ambito public l’incremento è invece del 100%. E le piccole e medie imprese sono il nostro motore di crescita.

Cosa chiedono le Pmi, soprattutto?

Soluzioni ibride per gestire i sistemi legacy che hanno in casa e per supportare la migrazione nel cloud di applicazioni di backup e recovery dei dati. E ancora soluzioni multi datacenter, software as a service e di storage.

Per molto tempo la sicurezza del cloud è stata un ostacolo: è ancora così?

No, possiamo dire che si tratta di un ostacolo superato perché i livelli di affidabilità di queste soluzioni sono decisamente aumentati. Il cloud si può considerare una “tecnologia” mainstream ma ancora molte aziende non hanno capito come sfruttarla per gestire nella nuvola le applicazioni sfruttando Api (Application programming interface, ndr) aperte e standardizzate.

C’è quindi un problema di competenze interne?

Sì. Di carattere operativo e di networking, legate alla business intelligence di base e ai sistemi e alle applicazioni open standard svincolati da legacy di infrastruttura e strettamente legati al cloud. Servono le competenze per far funzionare a dovere le Api, la priorità non sono la data science o il machine learning.

Oggi ha ancora senso distinguere i diversi modelli di cloud?

No, non ha più molto senso marcare la differenza fra cloud pubblico e privato. Il compito dei provider è quello di fare innovazione a livello di infrastruttura, quello delle aziende di non sprecare risorse per investire in un personal data center. È un’incoerenza, anche se alcuni hardware vendor offrono grandi mainframe e allo stesso tempo invitano le imprese clienti a migrare i sistemi nella nuvola. È un paradosso. Per contro vi sono molte aziende che nascono “native cloud”, che non pensano minimamente a farsi l’infrastruttura in casa, che attingono agli standard quale propulsore per velocizzare i processi di internazionalizzazione.

Il ruolo dei partner di canale, e dei system integrator, quanto è importante,  oggi, per convincere le aziende a spostare applicazioni e sistemi nel cloud?

Dalla nostra esperienza emerge che il ruolo dei partner è chiave. Un partner tecnologico qualificato come managed service provider è in grado di aiutare le aziende a colmare le carenze di competenze che ancora presentano, supporta gli utenti finali nell’utilizzo più efficace del cloud, si occupa della migrazione e della gestione dei sistemi. Tipicamente queste realtà offrono servizi on premise, help desk e consulenza e rappresentano una sorta di anello di congiunzione della catena di valore tra il cloud provider, e cioè Ovh, e l’utente finale. 

Dionigi Faccenda, Sales & Marketing Director di Ovh in Italia

 

Vi sono settori dove l’esigenza di migrazione è più sentita? E perché?

Il cloud ben si declina in tutti i settori, sono infatti diversi i comparti in cui i livelli di adozione hanno registrato trend di crescita importanti negli ultimi anni. L’automotive, per esempio, è molto attivo, il manufacturing anche grazie al tema Industry 4.0, e poi l’agroalimentare, il fintech, la sanità e il mondo dell’insurance, spinto dalla domanda di dispositivi connessi, le cosiddette black box, installati a bordo auto per la raccolta, in cloud, dei dati.

Chi sono, oggi, i vostri clienti di riferimento?

La piccola industria e i managed service provider, i system integrator che hanno cambiato pelle, ma anche le Web agency e le aziende che in qualche modo sono strettamente legate al mondo Internet.

E le startup?

L’ecosistema delle nuove imprese innovative italiano, nel nostro caso almeno, è già una voce di business non indifferente e lo sarà ancora di più in futuro.

Qualche indicazione sulla vostra roadmap di crescita?

Oggi Ovh ha in organico circa 2.000 persone, eravamo in 500 solo tre anni fa e contiamo di arrivare a 5.000 entro il 2025. I datacenter di proprietà in esercizio in tutto il mondo sono 26, quello italiano arriverà entro l’esercizio fiscale 2018, e l’obiettivo è di toccare quota 50 per assicurare un’interoperabilità sempre più pervasiva della nostra rete.

Il piano Industria 4.0 varata dal Governo è un’opportunità anche per voi?

Si spera vada bene perché si porta dietro trasformazioni importanti di cui il cloud è un fattore abilitante, e mi riferisco alle tecnologie IoT, M2M, all’intelligenza artificiale. Le aziende manifatturiere dovranno far parlare tra di loro gli oggetti e gestire i dati, avvicinandosi al cloud. La sensazione è che il piano stia già dando qualche riscontro, ma quali tecnologie stanno comprando le aziende? Questa è ancora la zona d’ombra.

Qual è, a vostro avviso, la sfida maggiore da superare per le Pmi italiane per abbracciare l’innovazione portata dalla trasformazione digitale?

La mole sempre più grande di dati che vengono generati rappresenta al tempo stesso un problema e un’opportunità: il problema è quello di gestirli e proteggerli mantenendoli disponibili ad attività di business che sono sempre più in tempo reale. L’opportunità è invece quella di sfruttarli per offrire prodotti e servizi sempre più personalizzati, in modo da poter rispondere in modo puntuale alle necessità dei singoli utenti, individuali o aziendali, non fa differenza.

I Big Data rappresentano dunque la vera svolta per migliorare i processi?

Gli ambiti di applicazione possono essere i più vari, dalla robotica alla domotica, dall’efficientamento della supply chain all’intelligenza artificiale, fino alla realtà virtuale e aumentata. Una cosa però unisce tutte queste possibili applicazioni: il fatto di non poter prescindere da un’infrastruttura di tipo cloud. Si tratta di un’evoluzione complessa e completa al tempo stesso, che diventa particolarmente virtuosa quando i dati raccolti nel corso dei vari step vengono analizzati in modo esteso ed approfondito per raggiungere nuovi livelli di efficienza. È facile comprendere come, con una visione di insieme sui processi aziendali in corso sia possibile mettere in luce possibili aree di miglioramento, relative alle singole attività ma anche all’approccio complessivo. Questo genera la necessità di nuove competenze, non per forza prettamente tecniche ma legate all’analisi dei dati in un’ottica di business.