Il settore apporta circa 51 miliardi di euro al Pil italiano, quasi 750mila posti di lavoro e 860 milioni di euro di investimenti privati nella ricerca e sviluppo. Lo dice l’ultima ricerca di Bsa/The Software Alliance curata da The Economist Business Unit, che evidenzia il gap nei confronti di Germania e Francia.

Poco meno di 51 miliardi di euro. Un valore circa doppio rispetto a quello della Legge di Stabilità 2017 (l’ex manovra finanziaria) varata il mese scorso dal Governo Renzi. È il contributo che offre al Pil italiano, attraverso effetti indiretti e indotti sull’economia, l’industria del software, un settore che alimenta quasi 744mila posti di lavoro altamente qualificati e 864 milioni di euro in attività di ricerca e sviluppo.

I dati in questione emergono dalla ricerca “Software: A €910 billion Catalyst for the EU Economy” resa pubblica oggi da Bsa/The Software Alliance ed elaborata sulla base delle valutazioni condotte da The Economist Intelligence Unit.

Il rapporto, come spiega una nota diffusa dal consorzio, mette sotto i riflettori l’impatto economico del software, oltre che i suoi benefici strumentali per governi, le imprese e i cittadini, nell’economia dell’Unione europea, e in particolare nei suoi cinque principali Stati membri.

Molti i dati dello studio che meritano una riflessione. Partendo da quelli squisitamente economici, è bene sapere che il comparto del software ha prodotto nel 2014 oltre 20 miliardi di euro di Pil, pari a una percentuale dell’1,3% del totale. I suoi effetti complessivi salgono invece a 50,8 miliardi, contribuendo nella misura del 3,2% all’economia nazionale.

Molto rilevante anche l’aspetto sociale del software, e più precisamente il suo impatto sul mondo del lavoro. Gli addetti attivi in Italia sono come detto poco meno di 744mila e rappresentano al 3,3% della forza lavoro della Penisola. Per essere precisi sono 289mila le persone impiegate direttamente e oltre 454mila quelle occupate a livello di indotto.

Altro “pregio” del software riguarda infine il volume di investimenti generati alla voce R&D, che nel 2013 sono arrivati a pesare per il 7,5% della spesa totale in ricerca del settore privato in Italia.

 

 

Uno sguardo all’Europa

Detto dello scenario italiano, lo studio di Bsa ha messo in evidenza anche gli impatti delle innovazioni in campo software, passaggio considerato obbligato nel percorso verso la digital economy, sui sistemi economici degli Stati membri.

Partendo dalla Germania, il settore contribuisce per un totale di 152,6 miliardi di euro (incluso l’indotto), pesando per il 5,2% del Pil e generando nel complesso (direttamente e come indotto), oltre un milione e novecentomila posti di lavoro, il 4,5% dell’occupazione complessiva tedesca.

In Francia il peso del software è leggermente inferiore e si ferma a 113,1 miliardi di euro, vale a dire il 5,3% del Pil francese. Gli occupati sono invece 1,2 milioni, il 4,5% della forza lavoro globale d’Oltralpe. Per la Spagna, invece, l’incidenza del settore vale 35,8 miliardi di euro, pari al 3,4% dell’economia spagnola, mentre gli addetti attivi sono nel complesso 624mila, il 3,7% dell’occupazione complessiva spagnola.

Molto interessante, per capire lo scenario futuro del settore, l’analisi a firma di Victoria Espinel, Presidente e Ceo di Bsa/The Software Alliance, che sottolinea come a differenza dei settori dell’industria tradizionale, “il software non ha bisogno di un catalizzatore esterno per evolvere, perché esso stesso in realtà è un catalizzatore. L’innovazione digitale guidata dal software e le data analytics portano benefici ad ampi settori dell’economia europea, ogni attività di qualsiasi azienda e di qualunque comparto della Pa dipende dal software per poter diventare più creativa, competitiva ed efficiente”.

L’analisi di Espinel, soprattutto, è anche un invito alle istituzioni, e al legislatore in particolare, invitato “a predisporre un quadro normativo che consenta di cogliere le opportunità offerte dalla tecnologia e sostenere la libera circolazione dei dati attraverso i confini nazionali, evitando norme che impongano la localizzazione dei dati stessi. Promuovere applicazioni tecnologiche dell'Internet delle cose, e favorire lo sviluppo di nuove generazioni di standard digitali nei consessi internazionali, invierebbe un segnale forte che l'Italia è pronta a cogliere tutti i vantaggi che il software ci offre”.