Il gruppo di Mountain View ha ufficializzato di recente lo spinoff del progetto della self driving car, dando vita a Waymo. Al centro del nuovo corso le collaborazioni con Fca e Honda: la casa italiana ha già annunciato i primi cento veicoli a guida autonoma Chrysler Pacifica, in circolazione su strade pubbliche nei prossimi mesi, la seconda adotterà l’hardware e il software di BigG per dei test su strada.

Dagli Stati Uniti al Giappone, passando (virtualmente) per l’Italia. Dopo l’accordo siglato con Fca a maggio (di cui parliamo più avanti), Waymo, la neonata società sotto l’ombrello di Alphabet, la holding che controlla anche Google, ha avviato una trattativa formale anche con Honda per fornire alla casa nipponica il proprio kit software e hardware per la guida autonoma.

Se la partnership dovesse prendere il volo, il costruttore nipponico potrebbe consegnare a Waymo veicoli modificati ad hoc per collaudare la tecnologia del gigante californiano. Le auto, si legge nel comunicato diffuso da Honda, “si aggiungeranno alla flotta già esistente di Waymo, attualmente in fase di test in quattro città degli Stati Uniti”.

Il deal, secondo vari esperti, si può leggere come un ulteriore tassello della “nuova” strategia di BigG nell’industria delle quattro ruote, una strategia che la vede sempre più nelle vesti di partner tecnologico dei grandi costruttori e che sembra sfumare via via il ruolo di nuovo attore di questo mercato con una linea di automobili a proprio marchio.

Torniamo ora alla nascita di Waymo, nata come spinoff del progetto Google Car e il cui compito sarà quello di portare avanti il percorso dell’automobile a guida autonoma, o meglio i percorsi: non soltanto la messa a punto di vetture innovative, prive di volante e di pedali, ma anche e soprattutto le collaborazioni con i colossi dell’automotive per portare sensori, fotocamere, strumenti di calcolo all’interno dei veicoli tradizionali.

Se la nuova entità rinuncerà del tutto a costruire auto lo sapremo nei prossimi mesi o addirittura anni. Le parole riprese nel post di presentazione a firma di John Krafcik, già a capo del progetto Self-Driving Car e ora chief executive della neonata società, definiscono Waymo come “una società di tecnologia self-driving con la missione di rendere sicuri e facili gli spostamenti delle persone”.

Le ambizioni sono dunque quelle da sempre alla base del progetto nato otto anni fa in seno all’azienda di Mountain View a Google, ovvero ridurre il numero di incidenti su strada e anche lo stress degli spostamenti, con una tecnologia che dev’essere sicura ma anche accessibile a tutti.

Nella visione di Krafcik, potrà essere utile “per i veicoli privati, per il ridesharing, per la logistica o per risolvere il problema dell’ultimo chilometro nei trasporti pubblici. Nel lungo periodo, la tecnologia di guida autonoma diventerà utile in modi che ancora non immaginiamo, creando nuove tipologie di prodotto, professioni, servizi”.

Waymo continuerà, questo lo scenario più credibile, a sviluppare soluzioni e prototipi di self driving car sulle basi gettate dal 2009 in poi. Dopo anni di test, nell’ottobre del 2005 a Austin, in Texas, Google aveva portato per la prima volta su strade pubbliche il suo prototipo facendolo viaggiare senza alcun input umano, portando simbolicamente a bordo un passeggero non vedente.

Dopo due milioni di miglia percorse durante anni di test, oggi la tecnologia di Mountain View è in grado di gestire operazioni complesse: accorgersi di altri veicoli e reagire di conseguenza, distinguere un'ambulanza o una volante della polizia, leggere i segnali stradali, affrontare incroci su strade a corsie multiple e, addirittura, prevedere movimenti ed eventi che un autista in carne e ossa non saprebbe intuire.

Con Waymo, promette ancora Krafcik, “il prossimo passo sarà quello di permettere alle persone di usare i nostri veicoli per compiere azioni quotidiane, come per esempio fare le commissioni, raggiungere il luogo di lavoro e tornare in tutta sicurezza a casa dopo una serata fuori”.

La partnership definita con Honda, in tal senso, certifica l’intenzione di lavorare a tutto tondo e in modo aperto con i costruttori e nello specifico prevede una stretta sinergia fra i vari team di ricerca e sviluppo di Honda, dislocati nella Silicon Valley e a Tochigi (Giappone), e gli ingegneri della filiale di Alphabet di stanza a Mountain View e a Novi, in Michigan.

Il gruppo nipponico, in una nota, ha spiegato come “la collaborazione con Waymo permetterà a Honda R&D di esplorare un approccio tecnologico differente, per portare sul mercato un sistema completamente autonomo”.

Già in passato la casa automobilistica aveva affermato di voler lanciare i primi veicoli a guida assistita (parzialmente o completamente) entro il 2020, partendo forse dal proprio pacchetto ribattezzato “Honda Sensing”.

Waymo, da parte propria, rafforzerà il proprio curricula di collaborazioni di peso, nel solco di un percorso che, come ricordiamo, è sostanzialmente quello di fornire soluzioni driverless alle case automobilistiche.

Il progetto sulla guida autonoma targato Mountain View, lo ricordiamo, ha continuato a mutare nel tempo. Partito sotto la spinta dei “laboratori segreti” di Big G, con lo scopo di elaborare da zero un veicolo che non avesse bisogno del conducente, è stato poi rivisto all’insegna del pragmatismo.

Se competere con i grandi marchi dell’automotive, che costruiscono macchine da decenni, è missione impossibile, è meglio rimanere nel mezzo, fornendo tecnologia in licenza e approfittando quando possibile dei risultati ottenuti da piani di ricerca e sviluppo comuni.

Una strategia seguita ormai più o meno da tutti i grandi gruppi hi-tech, che sempre più stanno affollando il mercato dell’automotive. Con una vera e propria “accelerata” di fine anno, in queste settimane i progetti di driverless car si sono moltiplicati: dall'esordio del servizio di taxi-robot di Uber su veicoli Volvo a San Francisco alla collaborazione annunciata fra Bmw e Ibm per l'utilizzo di Watson a bordo di future automobili intelligenti, capaci di adattarsi alle abitudini del passeggero.

Senza dimenticare ovviamente Tesla, che sotto la guida di Elon Musk ha promesso il debutto delle prime vetture senza conducente ancor prima della fine del decennio, e pure il Project Titan di Apple, per quanto oggi in una fase di stallo.

 

I minivan ibridi self driving di Fca

Hanno in bella mostra il logo blu e verde di Waymo e sul tetto la torretta equipaggiata con sensori e sistemi di visione Lidar: sono i primi cento minivan di Fiat Chrysler Automobiles frutto dell'accordo siglato lo scorso maggio tra l’azienda e Google con l'obiettivo di far progredire il cammino delle vetture a guida autonoma.

I team di sviluppo e di produzione di Fca sono stati partner agili, che ci hanno consentito di passare dal lancio del progetto all'assemblaggio del veicolo in appena sei mesi", ha dichiarato il Ceo di Waymo, John Krafcik, a corredo dell’annuncio.

Per la fabbricazione e le operazioni di testing, Fca si è avvalsa di siti messi a disposizione da Big G in California e di strutture proprie situate in Michigan e in Arizona.

I cento veicoli presentati da Fca prendono le mosse dal minivan ibrido Chrysler Pacifica, modificato sia in alcune componenti di meccanica e telaio, sia nel software e nell'hardware tecnologico che garantiscono capacità di calcolo, connettività, computer vision e automazione.

Un corredo simile (ma più evoluto) a quello impiegato per le “koala car” e per i suv della Lexus modificati, testati per anni e nel 2015 “liberati” sulle strade della Califonia e del Texas.

La flotta di Big G, inclusiva anche di prototipi del tutto privi di comandi di guida, ha percorso quasi cinque milioni di chilometri e lo ha fatto non senza qualche piccolo incidente: una quindicina di casi di tamponamento, sempre tuttavia dovuti all'imprudenza o all'errore di chi – guidatore in carne e ossa – stava al voltante di un'altra automobile.

Ha collaborato Valentina Bernocco