La spesa destinata all’informatica pubblica è da più parti ritenuta eccessiva. Eppure la Pa e la Sanità italiana investono in tecnologie molto meno (e peggio) rispetto all'Europa.

Il dibattito, ripreso più volte anche dai media, ha come pomo della discordia diverse (se non opposte) linee di pensiero circa l’entità degli investimenti in Information & Communication Technology della Pubblica Amministrazione. Gli enti pubblici spendono troppo e male (ed è quindi giustificabile la scure della spending review) o spendono troppo poco e magari anche male? Molti cittadini italiani sono sostanzialmente, e forse anche a ragione, della prima idea.

Ma, come fanno notare da Netics, società di consulenza specializzata in materia di Ict per la PA, occorre partire anche da presupposti oggettivi. E quindi da dati e numeri. Se si confrontia lo spending assoluto in tecnologia nel 2013 con il numero di abitanti nazionale, si scopre che il Belpaese è al sedicesimo posto, su 26 Paesi della Ue, nella Sanità e al tredicesimo considerando la Pubblica Amministrazione nel suo insieme.

La preoccupazione cresce se si pensa, come ritiene anche Netics, che budget Ict di enti e strutture sanitarie sono sfruttati in modo non adeguato. In soluzioni informatiche non si investe a ragion veduta, in altre parole, ed è certificato il fatto che almeno un terzo dei 265mila Pc presenti nei Comuni italiani abbia oltre sei anni di età (con punte che arrivano persino ai 15 anni in qualche cittadina).

Nella Sanità si scende in media a 4,8 anni, ma con situazioni di Asl che lavorano con macchine comprate otto o nove anni fa. C’è quindi un problema di obsolescenza tecnologica nella PA italiana? Certamente sì. Si buttano denari pubblici in assistenza tecnica e in manutenzione di programmi software particolarmente datati, e non si destinano risorse ad acquistare nuovi computer e nuove applicazioni? Altrettanto vero.

Come si esce da questo circolo vizioso? Risposta non facile, almeno secondo Netics. Che assolve però i Cio pubblici, impegnati (con scarsi risultati) a cercare di convincere i dirigenti delle amministrazioni centrali e locali a cambiare registro.

E butta sul tavolo alcune ipotesi da poter cavalcare con e attraverso l’Agenda Digitale: una revisione del patto di stabilità per sbloccare gli investimenti in innovazione e una linea di credito specifica aperta dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Ipotesi che richiederebbero anche un passo in avanti di natura culturale. Di mutui tecnologici si può parlare, ma sarebbe opportuno che a valle di questi finanziamenti prendesse corpo un circuito virtuoso di procurement intelligente, con gli enti pubblici a bandire gare per “soluzioni di problemi” e non per asettiche voci di capitolatom coinvolgendo maggiormente nei progetti i vendor Ict.

Il “Patto per la Sanità Digitale” annunciato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, osservano alcuni, va esattamente in questa direzione, e cioè liberare investimenti e finalizzare il tutto alla razionalizzazione della spesa. È un modello da imitare da parte di tutte le amministrazioni pubbliche?

 

Il dilemma delle società Ict in-house

Un’altra voce sicuramente va considerata quando si parla di razionalizzazione della PA: le società di informatica “in-house” partecipate da Regioni ed enti locali. Ha ancora senso mantenere in attività queste strutture, una cinquantina in tutto? Il dibattito, anche in questo caso, è aperto.

Fra l’ipotesi di ricentralizzazione dell’informatica pubblica intorno a Sogei (la società Ict del Ministero dell'Economia e delle Finanze) e quella di vedere molte delle “in-house” messe sul mercato, magari a beneficio dei grandi player It internazionali).

In attesa di capire come andrà, è forse bene ricordare che queste realtà governano una spesa Ict vicina agli 800 milioni di euro l’anno, 700 dei quali fatturati dalle principali 12 società. I ricavi di queste entità sono però in prolungata e repentina discesa e a busta paga ci sono oltre 5mila dipendenti.

Ma dove sta il vero problema delle società informatiche in house? Nel modo in cui spendono i fondi, e torniamo alla questione della spending review. Sempre secondo Netics il sovra costo generato dalla tendenza allo sviluppo di soluzioni “custom” (un software diverso per qualsiasi tipologia di applicazione e settore) si aggira intorno ai 150 milioni di euro l’anno, su un totale di spesa It delle Regioni italiane (dati relativi al 2013) nell’ordine dei 700 milioni.