Dalla finanza alla Pubblica Amministrazione, più di quaranta settori economici e industriali saranno fortemente impattati dalla tecnologia dei registri distribuiti. Il giro d’affari stimato entro il 2024 è di 120 miliardi di dollari.

Dalle briciole di oggi alle stelle di domani. La blockchain non è qui soltanto per rimanere, ma anche per far sentire il suo effetto dirompente su diversi settori economici. Quanti? Secondo uno studio della società di consulenza londinese Critical Future, almeno 44: dalla finanza alle pubbliche amministrazioni, passando per l’industria dell’intrattenimento, la logistica, la sanità e i social media.

Generando ovviamente un impatto economico notevole, che l’indagine stima in almeno 120 miliardi di dollari nel 2024. Oggi il mercato vale quasi 550 milioni, ma tra sei anni frutterà un volume di vendite di 10,1 miliardi, per un tasso di crescita composto del 62,6%. Sentendo le testimonianze dirette dei 1.800 professionisti intervistati durante la ricerca si capisce perché i registri distribuiti non saranno una moda passeggera.

Secondo il 79% delle aziende, infatti, la blockchain raggiungerà sicuramente una fase di adozione di massa grazie anche alla sua scalabilità. I dati evidenziati da Critical Future non si discostano molto da un altro rapporto, stilato ad agosto da Cbi Insights, che sottolinea come potrebbero essere 42 i settori economici impattati in senso disruptive dalla catena di blocchi.

Al momento, gli ambiti più “caldi” sono il commercio, i pagamenti transfrontalieri, le procedure di know your customer e l’antiriciclaggio. Tutte applicazioni in cui è necessario uno scambio massiccio di documenti, con tempi di verifica lunghi e alti costi. Ma stanno via via emergendo anche altri casi d’uso, al momento molto più sperimentali (e in certi casi anche bizzarri), in cui la blockchain potrebbe dimostrare tutto il proprio valore.

A evidenziare le potenzialità green dei registri distribuiti ci ha pensato il World Economic Forum (Wef), che in uno studio pubblicato a settembre ha sottolineato come il paradigma tecnologico possa forse rivoluzionare il modo in cui vengono gestite le risorse naturali. Aprendo così le porte a una crescita più sostenibile.

La ricerca ha preso in considerazione oltre 65 casi d’uso, esistenti ed emergenti, che nella maggior parte dei casi affrontano questioni trasversali: dalla possibilità di realizzare sistemi decentralizzati più ecologici, alla nascita di  forme di economia circolare alternative a quelle esistenti. Il Wef ha identificato sei macroaree in cui si potrebbe intervenire con soluzioni basate sulla blockchain: i cambiamenti climatici, la biodiversità e conservazione, la salute degli oceani, la sicurezza idrica, la pulizia dell’aria e la meteorologia.

I registri distribuiti, per esempio, potrebbero essere utilizzati per contrastare la pesca di frodo: un business illegale che genera proventi per 23 miliardi di dollari all’anno e interessa circa il 20% del pescato globale. La certificazione dei prodotti ittici potrebbe quindi essere registrata sulla blockchain, dando maggiore trasparenza a tutto il comparto e garantendo la tracciabilità dall’amo al piatto dei consumatori.

Un altro ambito in via di sviluppo è la gestione dei disastri naturali. “Frequenza e portata delle catastrofi ambientali continuano ad aumentare”, si legge nel report del World Economic Forum. “È necessario quindi prepararsi al meglio per affrontare le crisi e per gestire in tempo reale gli aiuti. Soluzioni blockchain potrebbero avere un impatto significativo, migliorando l’assistenza”.

Sono infatti allo studio delle applicazioni per mettere in contatto diretto i fornitori di acqua potabile con i piloti degli elicotteri incaricati di distribuire le risorse idriche nelle zone colpite da uragani e terremoti. Gli smart contract sarebbero in grado di determinare le offerte migliori in base alle esigenze delle comunità e a parametri come quantità, prezzo, tempistiche e localizzazione geografica. Ovviamente, anche la catena di blocchi può comportare dei rischi.

Il Wef ne evidenzia sei: sfide legate all’adozione, barriere tecnologiche, cybersecurity, problemi legali e regolatori, interoperabilità e consumo energetico.