Il Ceo di H-Farm, Riccardo Donadon, parla di startup e di come si possa creare sviluppo in modo aperto e proiettato su scala globale. Tra neoimprese da portare in Cina e progetti di realtà virtuale per il settore scolastico.

“Se c’è futuro per le startup italiane? Spero che il movimento e l’interesse di coloro che investono sull’ecosistema aumentino. Ma forse è utile guardare a una dimensione più estesa, all’Europa, e alla competizione che si gioca su scala internazionale”.

Dalle parole di Riccardo Donadon, fondatore e anima di H-Farm, traspare incertezza nell’immaginare come sarà lo scenario per le imprese innovative da qui a qualche anno. Incertezza che non dev’essere intesa come rinuncia, sia ben chiaro, perché a Roncade, a pochi chilometri da Treviso e dalla laguna di Venezia, dove H-Farm opera dal 2005 come acceleratore tecnologico ad ampio spettro, i nuovi progetti non mancano.

La realtà non va però messa da parte e suggerisce a Donadon che “fare gli incubatori di startup in Europa è una follia, perché la Silicon Valley e Tel Aviv sono gli unici veri marketplace di uscita per le nuove realtà tecnologiche. In Italia l’ecosistema è sicuramente cresciuto, ma a livelli molto limitati: negli ultimi cinque anni, faccio solo questo esempio, da noi sono stati investiti circa 500 milioni di euro, nel Regno Unito circa 12 miliardi”.

Numeri che da soli non dicono tutto, ma che assumono una certa valenza se argomentati da un imprenditore che ha saputo conquistare la fiducia della famiglia Benetton con l’idea del centro commerciale virtuale (poi venduto a Infostrada), capitalizzare al massimo il boom della Internet economy vendendo nel 2001 a Etnoteam per 140 miliardi delle vecchie lire la società da lui fondata tre anni prima, E-Tree (la cosiddetta “no sleeping company”) e tornare quindi in campo con una nuova creatura legata al digitale (H-Farm, oggi operativa in Italia con oltre 600 dipendenti). .

Fare innovazione, insomma, richiede competenze, visione, idee, coraggio ma anche capitali. E infatti la storia dell’innovatore Donadon passa attraverso i finanziamenti distribuiti in questi anni alle startup partecipate, arrivati complessivamente  fra i 27 e i 28 milioni di euro.

“Il tema”, spiega, “non è capire dove la startup raccolga i fondi e completi la propria exit, ma dove l’azienda debba crescere e svilupparsi. Perché come H-Farm continuiamo a investire? Per posizionare gli investimenti in modo integrato rispetto alle logiche di territorio e di sviluppo del business. Il nostro non è un Paese per startupper ma ci sono tanti giovani che hanno idee, volontà, capacità e spirito imprenditoriale. C’è anche tanto folklore, e questo impone di alzare il livello della selezione dei progetti”.

Ciò che manca all’ecosistema, oltre ai capitali e a una nutrita batteria di venture capital con ampie disponibilità di finanziamento, è soprattutto la cultura del fare nuova impresa. “Le aziende”, riflette il Ceo di H-Farm, “devono aprirsi e raccontare i loro bisogni, cercando e comprando sul mercato l’innovazione. È un processo in corso ma non è certo scontato che sia stato compreso e recepito da tutti”.

La “nuova” H-Farm, di conseguenza, ha preso corpo e sostanza aprendosi a mondi paralleli e convergenti rispetto a quello del classico incubatore di imprese tecnologiche, che in 13 anni ha ospitato un centinaio di imprese. Uno di questi mondi riguarda lo scouting e la ricerca per conto terzi di startup adatte a multinazionali di tutte i settori: rientra in questo solco la partecipazione, a fine 2015, in InReach Ventures, piattaforma digitale che attraverso l’analisi dei Big Data e gli algoritmi di machine learning seleziona le realtà europee più interessanti e promettenti sulle quali investire.

Un secondo fronte d’azione, complementare al primo, è la consulenza alle grandi aziende sulla trasformazione digitale e l'open innovation. Dal 2016 le attività in questo campo hanno conosciuto un’importante accelerazione fino a valere, oggi, circa 40 milioni di euro e a coinvolgere 300 persone. A esse si affiancano programmi di open innovation verticale che hanno interessato e stanno interessando nomi come Technogym, Adidas, Deutsche Bank (per la tecnologia blockchain), Generali (e-health), Diesel e Cisco (industria 4.0).

Infine c’è l’idea più ambiziosa di tutte, quella di creare una sorta di “cittadella dell’education”, collegata sinergicamente alle strutture di H-Farm. Oggi ne è attiva una piccola porzione, che ospita circa 1.200 ragazzi (dai tre ai 18 anni), ma il sogno di Donadon è di arrivare fino a tremila quando la nuova struttura sarà stata edificata.

“Stiamo scrivendo software per impostare una piattaforma di apprendimento online che eleverà la qualità del contenuto ai massimi livelli, profilando in modo mirato la proposta didattica. Solo il 9% delle aziende che offrono servizi di education privato, oggi, è partecipata da investitori istituzionali e venture capital. Questo dato dovrebbe crescere al 34% in pochi anni. Ci sono potenzialità enormi, perché la formazione è la chiave di tutto, è la base per fare trasformazione culturale prima che digitale”.

Le prime lezioni che sfrutteranno la realtà aumentata serviranno a studiare il sistema solare e c’è già l’obiettivo di proporre nel corso dell’attuale anno scolastico una parte di contenuti fruibili in modalità virtuale, a costi accessibili. Il reskilling costante è la fondamenta per creare sviluppo, dice convinto Donadon, che rimarca il proprio legame al territorio con una battuta: “La California è un posto cool per fare innovazione, ma lo può essere anche Cà Tron”.

 

Con Marco Polo raccolti 2,4 milioni

La terza edizione del programma ideato da H-Farm è decollata a inizio estate avendo gli stessi obiettivi delle due precedenti: creare per le startup italiane una corsia preferenziale di accesso al mercato cinese attraverso una “call for ideas” sempre aperta, e farlo con la collaborazione di Qwos, uno dei più importanti intermediari locali per gli investimenti privati all’estero.

Quali sono i requisiti per partecipare al progetto “Marco Polo”? È necessario operare come impresa innovativa da almeno tre anni, essere iscritti nell’apposito Registro del Mise e aver definito un progetto di export del proprio “Made in Italy” (prodotto o servizio che sia) puntando alla Cina. Le prospettive sono allettanti: mettere un piede in un Paese in cui nel 2017 i finanziamenti destinati alle startup tecnologiche hanno raggiunto quota 58,8 miliardi di dollari.

Dall’avvio del programma, nel settembre 2016, a oggi la dozzina di nuove imprese selezionate ha raccolto 2,4 milioni di euro di investimenti. A ciascuna è andato un contributo di 200mila euro, grazie al cofinanziamento effettuato da due investitori indicati da Qwos, in cambio di una quota societaria non superiore al 12%.

Come confermano da H-Farm, uno dei cardini del programma è quello di avvicinare le startup ad aziende operanti in settori affini a quello dell’impresa stessa, sfruttando tutti gli strumenti messi a disposizione da Italia Startup Visa, il sistema del Mise per la concessione dei visti di ingresso per i soggetti stranieri che investono nello Stivale.