Nel capitale delle circa 6.500 startup iscritte nel registro delle imprese innovative figurano oltre 5.100 soci aziendali sui 40mila totali. Oltre il 60% sono grandi aziende, 400 le Pmi. Oltre la metà degli investitori ha puntato su startup al di fuori della propria Regione.

L’innovazione aperta in Italia? È un dato di fatto. Una dinamica diffusa soprattutto nelle grandi aziende ma che registra un interesse sempre maggiore di Pmi e microimprese. È una delle tante chiavi di lettura che emergono dal primo Osservatorio sui modelli italiani di Open Innovation e di Corporate Venture Capital, studio promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau in collaborazione  con Ambrosetti e Cerved.

Presentato ieri nel giorno di apertura di Smau, l’iniziativa nasce con il duplice obiettivo di quantificare la natura degli investitori “corporate” della Penisola e di individuare modelli concreti e replicabili di utilizzo, partendo dalle esigenze di rinnovamento (in termini di ricerca e sviluppo) delle aziende italiane.

La fotografia del fenomeno ha come fonte primaria i dati del Cerved sui soci e sulle partecipazioni (dirette e indirette di persone fisiche e persone giuridiche fino al terzo livello) che interessano le circa 6.500 startup iscritte al Registro delle imprese innovative.

I soci individuati sono oltre 40mila; di questi poco meno di 35mila sono persone fisiche mentre gli investitori corporate sono invece 5.149, la maggior parte dei quali sotto la veste di società di capitale. 

Volendo delimitare i confini del corporate venture capital ecco che le startup oggetto di partecipazioni sono meno di un terzo del totale, e precisamente 1.901; delle società presenti nel capitale delle imprese innovative iscritte al Registro, oltre il 60% sono realtà con un giro d’affari di oltre 50 milioni di euro. Le Pmi che investono sono invece 400 e una trentina le microimprese.

Altri dati utili a comprendere il fenomeno sono quindi quelli che vedono oltre un terzo (il 34,1%) delle aziende che hanno scommesso sulle startup tecnologiche operano nei servizi finanziari e assicurativi. Nel mirino degli investitori corporate, in assoluto, sono finite prevalentemente imprese impegnate nella ricerca e sviluppo o nel campo dei software e dei servizi informatici

A livello geografico, infine, il rapporto ci dice che oltre due terzi dei soci corporate (il 69%) hanno sede nel Nord della Penisola mentre oltre la metà (il 59%) ha puntato su startup fuori dalla propria Regione, per quanto la vicinanza territoriale sia, in genere, un driver dell’investimento più importante rispetto alla specializzazione settoriale.

 

L'analisi qualitativa di Ambrosetti: quattro categorie di aziende

Detto della componente quantitativa dell’Osservatorio, il contributo di The European House Ambrosetti ha prodotto invece una vera e propria guida per individuare modelli concreti e replicabili di open innovation, soprattutto per quelle imprese che si affacciano per la prima volta in questo mondo.

Il primo passaggio individuato da Ambrosetti è quello di determinare la direzione che si vuole intraprendere, a seconda delle proprie conoscenze del mercato e dei mezzi tecnologici a disposizione. In base a due variabili, conoscenza del mercato di riferimento e competenze e gli strumenti tecnologici a disposizione dell’azienda, le imprese vengono posizionate rispetto al grado di rischio nell’intraprendere attività di open innovation.

Il grado di rischio massimo, ma di più alto potenziale d’innovazione, è quello in cui l’azienda ha poca conoscenza del mercato di riferimento e pochi mezzi a disposizione. Viceversa, la situazione più confortevole è quella in cui si ha un’elevata conoscenza del mercato e abbondanti mezzi tecnologici a disposizione. Questa però è anche la condizione con minori margini di innovazione per il proprio business- si legge nella guida.

La seconda matrice individuata da Ambrosetti è quella della strategia attraverso cui scegliere gli strumenti a disposizione per perseguire gli obiettivi. Le variabili in questo caso sono il grado di confidenza che l’azienda ha rispetto al mondo dell’innovazione e l’allocazione finanziaria che l’azienda intende investire nel fare innovazione.

Rispetto a queste due variabili si va da una prima situazione in cui l’azienda vuole fare innovazione aperta ma non sa come muoversi, per cui è indicata una strategia passiva di “osservazione” e raccolta di idee attraverso call for ideas, hackaton e scouting di idee, ad una seconda situazione in cui l’azienda ha esperienza di innovazione ma scarse risorse e a cui si consiglia la strategia del “fare Rete” creando network o piattaforme in cui vestire il ruolo di leader e guidare lo sviluppo di nuove idee. È il caso, quello appena descritto, di strumenti come il crowdsourcing, l’innovation procurement e le innovation platform.

La terza matrice include azienda con disponibilità di fondi ma poca esperienza per condurre progetti di open innovation. Il suggerimento è quello di trovare partner esterni, come venture capital, a cui dare mandato per investire in startup innovative con grandi possibilità di ritorno, sia in termini di capitale che di opportunità di apertura di nuove linee di business.

La quarta strategia, infine (denominata “Corri!”) è indirizzata alle aziende che hanno ampia disponibilità economica e conoscenza dei meccanismi di open innovation. Quali strumenti mettere in campo in questo caso? La guida di Ambrosetti parla chiaro: investire tramite corporate venture capital, acceleratori e incubatori e azioni di merge and acquisition.