Industry 4.0 è una sfida da giocare sia a livello di singoli Paesi, sia su base comunitaria. Il nodo centrale sono gli investimenti in nuove tecnologie. Ecco che cosa ne pensano a Bruxelles e perchè per l'Italia questa nuova rivoluzione è un’opportunità unica per espandere la base industriale.

Nell’ultimo “Quadro di valutazione dell’innovazione” pubblicato dalla Commissione Europea emerge un allarme che non può passare inosservato, parlando di quarta rivoluzione industriale: quasi la metà delle imprese manifatturiere del Vecchio Continente non ha ancora utilizzato tecnologie di produzione avanzate, né ha intenzione di ricorrervi nel prossimo anno.

Eppure diversi studi di società specializzate dicono come l’iniezione di cospicui investimenti per Industry 4.0 porterebbe un valore aggiunto all’economia di centinaia di miliardi di euro , oltre a milioni di nuovi posti di lavoro.

Manifattura additiva e stampa 3D, robotica e comunicazioni machine-to-machine sono solo alcune delle facce della rivoluzione digitale che sta interessando il settore produttivo e che dovrebbe via via portare all’integrazione delle nuove tecnologie nei processi industriali.

Come ben sappiamo, si tratta di un “work in progress” lungo e articolato ed è altrettanto chiaro come gli organismi comunitari abbiano particolarmente a cuore la problematica, tanto da destinare al tema dell’industria 4.0 circa 500 milioni di euro per i prossimi cinque anni, attingendo tali risorse dai fondi per la ricerca di Horizon 2020.

L’agenda delle cose da fare su base nazionale è scritta da tempo – e spazia da interventi in materia finanziaria a quelli di ordine infrastrutturale, per arrivare al nodo irrisolto della mancanza di competenze – e l’imperativo è quello di accelerare per trasformare i progetti in piani operativi e concreti.

L’Italia, più di ogni altro Paese fra quelli di prima fascia, è nella condizione di non poter più aspettare a cambiare passo. Per questo non solo l’Ue ma l’Europa tutta deve diventare un alleato vitale per vincere la partita della quarta rivoluzione industriale. Abbattendo i soliti e mai produttivi campanilismi.

Khalil Rouhana, director for components and systems Dg Connect alla Commissione Europea, è intervenuto lo scorso marzo all’edizione 2016 del Mecspe di Parma offrendo un’interessante chiave di lettura del percorso di digitalizzazione che si appresta a compiere l’Ue nel comparto manifatturiero.

Il piano strategico quinquennale varato da Bruxelles il 19 aprile prevede vuole favorire l’accesso alle più recenti tecnologie a tutte le imprese (comprese quelle di piccole e medie dimensioni) e generare investimenti in digitalizzazione da parte dell’industria per un controvalore di cinque miliardi di euro.

In ballo ci sono complessivamente 20 miliardi di finanziamenti che dovranno agevolare partnership pubblico/privato finalizzate all’innovazione del tessuto manifatturiero europeo, trovando sponda in diverse altre azioni da intraprendere a livello di standard, quadro normativo e mercato del lavoro. In tema di occupazione, in particolare, all’Europa mancheranno “circa 800mila professionisti digitali entro il 2020”, a detta del funzionario.

Il framework di Industry 4.0 (fonte PwC)

 

Serve una piattaforma unica

E l’Italia? Rouhana ci vede indietro nel processo di digitalizzazione dell’industria, ma promuove l’azione del Governo, dicendosi ottimista circa il fatto che potrà dare buoni frutti per colmare il gap e far uscire la Penisola dal gruppo dei Paesi attendisti. Ancora più convinto è nel ricordare la “piena convergenza in seno alla Commissione Europea circa l’analisi degli osservatori/operatori sul tema industria 4.0: siamo certi che questa nuova rivoluzione sia, per tutta l’Unione e soprattutto per l’Italia, un’opportunità unica per espandere la base industriale”.

Una rivoluzione che porta come elementi di discontinuità la completa integrazione delle tecnologie informatiche con tutti i processi economici/produttivi e il concetto “digital inside”. Si nota, spiega ancora Rouhana, “uno sconfinamento sempre più evidente tra ciò che è digitale e il non-digitale, nell’ottica di rispondere a specifiche richieste del mercato in fatto di maggiore sicurezza, efficienza e intelligenza nei prodotti”.

Ed è proprio qui che sta la rivoluzione: nel produrre di più ma anche nell’aggiungere valore ai prodotti che già si fabbricano, coniugando la logica del servizio abbinato al bene materiale e aprendo le porte a nuovi attori come gli intermediari tra offerta e consumatori.

Per raggiungere tale obiettivo, secondo Rouhana, va rafforzata la trasversalità della catena del valore, stando attenti a non lasciare indietro anche solo un anello, con il rischio di vanificare l’intera opera. Ma va creata anche un’altra catena, una catena digitale, fatta di tecnologie e legami forti. Le fondamenta ci sono, e basti pensare che l’Europa produce il 35% del software embedded per uso industriale e un terzo dell’offerta mondiale di robotica. Quello che manca è, invece, una piattaforma digitale condivisa.

“Bisogna mettere in campo una strategia unica su standard e normative, gestendo questi i due elementi a livello europeo per accelerare il corso della digitalizzazione”, conclude Rouhana. Che non poteva esimersi dal ricordare come fra i driver di questa accelerazione ci sia il cosiddetto “Digital Single Market”, uno dei punti cardine della strategia voluta dall’attuale direttivo della Commissione Europea.