Per competere sullo scenario internazionale, il nostro Paese deve essere all’avanguardia in ricerca e sviluppo. I dati emersi dal Technology Forum 2018 di The European House – Ambrosetti dicono, invece, che siamo ancora indietro nella corsa per il digitale.

Quanto è ancora lontana l’Italia dal raggiungere i livelli di sviluppo tecnologico degli altri Paesi europei? La risposta è complessa, ma parlano da soli alcuni numeri contenuti nel rapporto “Le nuove frontiere dell’innovazione” presentato in occasione della settima edizione del Technology Forum di The European House – Ambrosetti. Gli investimenti in ricerca e sviluppo nella Penisola, questo il dato di partenza, sono ancora troppo bassi rispetto al Pil: siamo all’1,29% (in calo rispetto all’1,34% del 2015), per un totale di 21,6 miliardi di euro.

Meno di quanto investa la sola regione tedesca del Baden-Württemberg. Anche il settore privato, destinatario del 58% degli investimenti in R&D complessivi, è sette punti percentuali sotto alla media europea.  

Lo scenario, peraltro più che noto, presenta sicuramente molto ombre ma anche alcuni innegabili punti di luce da cui, secondo gli esperti, la corsa dell’innovazione italiana potrebbe ripartire.

Il sistema della ricerca, per esempio, è uno di questi e si specchia nel numero di pubblicazioni scientifiche: il nostro Paese è fra i primi dieci al mondo. La base manifatturiera di riferimento della Penisola è un secondo, e assai importante, asset: l’Italia è la quinta nazione del pianeta per bilancia commerciale manifatturiera, superiore ai 100 miliardi di dollari, ed è la seconda (dopo la Germania) fra le cosiddette “big five” dell’Unione Europea per export pro-capite.

Dove intervenire, quindi, per ribaltare la tendenza? Innanzitutto concentrando l’azione su alcuni ambiti strategici, a cominciare dall’aumento degli investimenti in innovazione sia pubblici sia privati, oggi ancora troppo limitati rispetto ai competitori europei nonostante aree virtuose come la Lombardia (che da sola rappresenta il 21% della spesa italiana in ricerca e sviluppo).

Il secondo passo da compiere, come dice il rapporto, è quello di incentivare l’attività di open innovation, partendo dal dato che vede al momento solo il 6,7% delle piccole e medie imprese italiane impegnate su questo fronte, contro una media europea dell’11,2%.

Altra priorità in agenda, infine, è l’azione di stimolo verso i venture capital: i 151 milioni di euro di investimenti distribuiti in Italia nel 2017 (in 194 operazioni) valgono lo 0,002% del totale dei finanziamenti globali in capitali di rischio e lo 0,005% del Pil, rispetto allo 0,04% della Francia e della Spagna e allo 0,03% della Germania.

Lo spazio per recuperare, in ogni caso, esiste e lo conferma il fatto che, secondo una classifica stilata dall’Università di Mannheim, l’Italia sia  in seconda posizione sulle 33 economie sviluppate in fatto di misure fiscali favorevoli all’innovazione, grazie soprattutto al sostegno offerto al processo di digitalizzazione dal Piano Nazionale Industria 4.0.

Lo Stivale, sottolinea Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House Ambrosetti, “ha tutte le carte in regola per competere ad armi pari con gli altri Paesi europei nella corsa verso le nuove tecnologie. Ma si brevetta ancora troppo poco, e la dimensione delle imprese e la scarsità di capitale finanziario dedicato sono due tra le cause principali alla base di questa attitudine”.

Se tutti gli stakeholder dell’innovazione concordano sul fatto che il ruolo futuro dell’Italia nel panorama competitivo globale sia strettamente correlato alla sua capacità di creare un ecosistema in grado di promuovere lo sviluppo di nuove idee, la realtà ci dice che, allo stato attuale, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono i più bassi tra i Paesi del G7.

E sono, oltretutto, in flessione rispetto agli scorsi anni (il calo rispetto al 2015 è del 4%). La mancanza di finanziamenti pubblici e privati e l’elevata frammentazione delle agenzie preposte a regolare lo sviluppo di questo ecosistema sono solo alcuni dei fattori alla base dell’incapacità, per altro reiterata, di far crescere un modello economico e di finanziamento circolare di successo.

Proprio per questi motivi, fanno notare da Ambrosetti, risultano essenziali per definire un impegno forte in questi settori i piani in materia di ricerca e innovazione: il Programma Operativo Nazionale “Ricerca e Innovazione” 2014-2020 e il Programma Nazionale per la Ricerca 2015-2020, per esempio. 

Al primo, rivolto esclusivamente alle Regioni maggiormente bisognose di sostegno (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Abruzzo, Molise e Sardegna), sono destinate risorse complessive per 1,2 miliardi di euro, provenienti per lo più da fondi europei.