L'internet of things è il motore della trasformazione digitale: ne sono convinti i massimi esperti in campo economico e  tecnologico. La vera sfida? Rendere automatica l'informazione, sfruttando l'intelligenza delle macchine.

Un certo Steve Wozniak, parlando a un evento in quel di Boston qualche settimana fa, se ne è uscito con questa affermazione: “Le macchine hanno vinto sull’uomo duecento anni fa, le abbiamo rese troppo importanti”. Come va intesa la provocazione del cofondatore di Apple in un’epoca in cui tutto, persone comprese, è e sempre più sarà interconnesso?

Forse solo come una dichiarazione a effetto, ma l’essenza del messaggio non può essere trascurata quando si parla di Internet of Things. Kevin Ashton, fondatore dell’Auto-ID Center del Massachusetts Institute of Technology e fra i massimi esperti della tecnologia Rfid, coniò nel 1999 questa espressione per descrivere un sistema in cui il mondo fisico veniva collegato alla Rete in modalità wireless e tramite sensori. Oggi l’Iot, al pari di altri paradigmi tecnologici, è uno dei cardini della rivoluzione digitale.

I numeri del fenomeno li abbiamo ormai imparati a memoria: nel 2020 gli oggetti connessi saranno qualche decina di miliardi e impatteranno sui processi di ogni settore economico, dall’agricoltura ai trasporti, dal retail alla sanità. E a nove zeri sono anche i risparmi previsti dalla diffusione su larga scala dell’Internet delle cose, per non parlare delle possibili ricadute in termini di aumento del Pil di un singolo Paese o di un’intera regione macro-economica.

Le implicazioni dell’IoT nel prossimo futuro sono sostanziali, non ci sono molti dubbi in proposito. Piuttosto si discute, e a ragione, sulle sue capacità di trasformazione nell’immediato. O del fatto che in tema di privacy e sicurezza gli interventi  regolatori e normativi non siano più procrastinabili. La convinzione di Ashton è che l’Internet of Things non sia cambiato in questi quindici anni: il suo essere una rete di sensori ubiqui che automatizza la raccolta delle informazioni si configura come un’infrastruttura tecnologica con conseguenze e benefici di portata quasi illimitata. Difficili magari da quantificare, ma rispondenti a quella che è la visione del guru del Mit: “Nel XXI secolo l’informazione vuole essere automatica”.

Per questo l’IoT va inteso come una massiccia rete di sensori onnipresente e altamente distribuita, collegata a strumenti di apprendimento automatico basati sul Web, che analizzano grandi quantità di dati in tempo reale formulando conclusioni utili.

La rivoluzione digitale che sta cambiando pelle a città, case, aziende e pubbliche amministrazioni ha un motore tecnologico che secondo Peter Sondergaard, senior vice president di Gartner Research, si chiama Internet of Things. Stiamo entrando in una fase “disruptive” rispetto a quella precedente, ha detto di recente l’analista, e l’Iot non solo cambierà la faccia di varie industry ma diventerà un business da 1,9 trilioni di dollari entro il 2020, con il manufatturiero e la sanità a distinguersi fra i settori più prolifici di questo boom (contribuiranno nella misura del 30% al giro d’affari complessivo).

Dentro le fabbriche e gli ospedali, così come dentro gli abitacoli delle automobili, nasceranno ecosistemi connessi in cui opereranno sensori, app, moduli machine-to-machine e software: ecosistemi finalizzati a generare, estrapolare e analizzare informazioni in modo del tutto automatico.

L’IoT è un fenomeno la cui incidenza si declina su più livelli e quello economico è, come abbiamo visto, uno di questi. Un esperto in materia come Jeremy Rifkin è dell’idea che le ricette per ovviare alla riduzione del Pil e della produttività nei mercati maturi siano, guarda caso, digitalizzazione e Internet of Things. Nel suo ultimo libro (La società a costo marginale zero) ipotizza un’infrastruttura unica alla base dei tre pilastri su cui si reggono tutte le economie, e cioè comunicazione, energia e trasporti. Pilastri che devono evolversi, aprendosi decisamente al digitale, utlizzandone i diversi strumenti.

Ma qual è il cuore pulsante di tale infrastruttura? La risposta è la stessa di Gartner: l’IoT. Una piattaforma intelligente di sensori e strumenti di analytics totalmente pervasiva rispetto a device, macchine e processi, i cui compiti sono quelli di restituire dati in tempo reale, incrementare in modo sostanziale produttività ed efficienza, e fare da canale di collegamento di qualsiasi value chain.

Da qui al 2030, recita il “Rifkin-pensiero”, ogni macchina sarà connessa, dando vita a una sorta di “cervello globale esterno”, applicabile a tutti i settori. Con buona pace, forse, di Steve Wozniak e dei timori che computer e macchine abbiamo preso il sopravvento.