Sulla fibra ottica viaggiano i servizi digitali di nuova generazione. Le connessioni a banda larghissima possono incrementare sensibilmente la produttività delle imprese attive sul territorio. Ma questo accade solo in parte. È solo un problema di governance? 

Il ritornello e noto: il Belpaese paga un’evidente carenza infrastrutturale in fatto di diffusione delle reti (fisse) a banda larga e larghissima, e tale handicap si ripercuote sulla competitività delle imprese che operano lontano dai centri metropolitani.

Eppure le prove che la presenza di collegamenti a Internet ad alta velocita possa migliorare le prestazioni economiche delle aziende non mancano. Fra queste ci sentiamo di segnalarne una che, per quanto non recentissima, ha misurato l’impatto delle reti “broadband” su scala locale.

La ricerca, a firma della Fondazione Bruno Kessler, ha calcolato nello specifico che, fra il 2010 e il 2012, un mese di disponibilità delle connessioni superveloci (su tecnologia Adsl 2 di Telecom Italia, portata via via in tutti i comuni trentini grazie alla dorsale in fibra ottica di collegamento delle centrali implementata da Trentino Network) si e tradotto per le imprese attive nel territorio in un aumento stimato del volume d’affari del 4,7%.

Estendendo a 15 mesi l’accesso ai servizi a banda larga a 20 Megabit, la crescita delle performance economiche e salita al 19%. Questo per dire che, là dove esiste una rete che funziona bene e velocemente, le imprese ne traggono giovamento.

Dove sta il problema, dunque? Nel fatto che gli operatori di telecomunicazioni privati non sono sempre nelle condizioni di garantire la copertura ad alta velocita in tutte le aree, causa la limitata profittabilità degli investimenti necessari per realizzare le nuove infrastrutture nelle aree cosiddette rurali.

La presenza di un “backbone” in fibra ottica in grado di assicurare connettività ad alte prestazioni in modo capillare (cablare l’intera Penisola avrebbe un costo stimato di 15 miliardi di euro) e non a caso uno dei “nodi” su cui sta lavorando su piu piani il Governo in sede di attuazione dei piani dell’Agenda Digitale e del decreto Crescita Digitale.

 

Il ruolo degli operatori alternativi

A giocarsi la partita per conquistare la domanda di connettività e servizi cloud del tessuto aziendale italiano ci sono gli operatori di prima fascia (e quindi Telecom Italia, Fastweb e Vodafone in testa) e tutte le telco alternative (Bt, Interoute, Between, CloudItalia, Infracom, Retelit e Tiscali tanto per fare dei nomi) che lavorano sul territorio con una propria infrastruttura di rete.

Proprio queste ultime, con all’attivo dorsali e reti metropolitane di migliaia o di decine di migliaia di chilometri sviluppati in alcuni casi su scala paneuropea, sono più o meno concordi sull’appello lanciato tempo fa (a mezzo stampa) da Simone Bonannini, amminsitratore delegato di Interoute Italia. 

Un appello che ricordava alla politica italiana la necessità di “creare una nuova infrastruttura di rete in fibra ottica capillare, creazione di una rete in fibra ottica capillare, di proprietà di un soggetto unico e pubblico, da mettere a disposizione di tutti operatori di telecomunicazioni a parità di condizioni tecniche ed economiche. Una rete che favorirebbe, se sfruttata a dovere, una crescita del Pil nell’ordine dell’1,5%”.

La corsa in avanti, dal punto di vista tecnologico, è quella di garantire sui backbone basati su tecnologia di trasporto Dwdm (Dense Wavelength Division Multiplexing) capacita a 100 Gigabit, e di conseguenza la massima affidabilità (per azzerare il rischio di congestionamento della rete) e disponibilità nei servizi di connettività e data center (appoggiandosi a server farm di proprietà dislocate nei principali snodi di rete del territorio nazionale), nelle soluzioni cloud di comunicazione voce e dati, nel full outsourcing di sistemi It.

A dispetto delle ambizioni “monopolistiche” degli operatori di prima fascia, anche i provider alternativi vanno quindi considerati una risorsa vitale per completare lo sviluppo dell’informatizzazione dei distretti produttivi italiani. Il principio vale soprattutto per quelle aziende che prediligono l’aspetto della flessibilità, dando per scontata l’affidabilità del servizio, rispetto a quello di una potenza di fuoco (leggi: capacita di banda) sulla carta superiore.

Se l’Italia vuole recuperare il gap che paga a molti Paesi europei in fatto di infrastrutture di connettività, e se le reti di nuova generazione vanno intese come punto fermo del piano di crescita digitale, serve probabilmente un cambio di governance (quindi anche politico) sulle politiche di sviluppo della banda larga e larghissima. E, forse, serve anche un atteggiamento più propositivo delle aziende verso le tecnologie che già oggi sono disponibili sulle dorsali telematiche che attraversano lo Stivale.