Entro il 2020, la spesa di prodotti infrastrutturali dedicati al computing nella nuvola pareggerà quella per le soluzioni informatiche tradizionali. Quest’anno gli investimenti in piattaforme pubbliche varranno 23,3 miliardi di dollari, per quelle private invece 13,8 miliardi. In Italia gli investimenti in questo campo cresceranno nel 2016 del 14% a 1,2 miliardi. Deloitte lancia però l’allarme: quanto fatto finora non sarà sufficiente per supportare le iniziative di trasformazione digitale nei prossimi uno-due anni.

Il business legati alle soluzioni infrastrutturali (prodotti di networking, server, apparati di storage di classe enterprise e via dicendo) che sorreggono gli ambienti cloud continuano a crescere: quest’anno varrà 37,1 miliardi di dollari, in virtù di un incremento del 15,5% rispetto al 2015.

I numeri sono contenuti nel “Worldwide Quarterly Cloud It Infrastructure Tracker” pubblicato da Idc, rapporto che sottolinea come di pari passo con l’aumento dei budget riferibili alla nuvola, la spesa per i prodotti rivolti alle infrastrutture tradizionali fletterà del 4,4%.

Detto che questi ultimi pesano ancora oggi per il 63,4% sul totale dei budget, il loro predominio è destinato a durare ancora poco. Entro il 2020, infatti, la spesa per l’infrastruttura cloud sarà equivalente a quella per l’It tradizionale.

Server, apparati di storage di classe enterprise e prodotti di networking (gli elementi presi in considerazione da Idc) per la nuvola continueranno infatti a crescere a un tasso annuale composto del 13,1%, per sviluppare alla fine del decennio in corso un giro d’affari di 59,5 miliardi di dollari (cifra pari al 48,7% della spesa informatica totale).

Tornando al 2016, invece, il report di Idc chiarisce come gli investimenti per ambienti di cloud privato cresceranno del 10,3%, a 13,8 miliardi di dollari, mentre i budget aziendali per la nuvola pubblica arriveranno a 23,3 miliardi grazie a una progressione del 18,8% rispetto all’anno precedente.

Il public cloud sarà sempre più protagonista negli anni a venire, tanto che nel 2020 la spesa legata a questo mercato rappresenterà il 30,95% del totale rispetto al 18,92 per cento di oggi.

“Malgrado una domanda debole di prodotti infrastrutturali da parte dei cloud service provider nel primo trimestre, ci aspettiamo che la spesa per il cloud pubblico cresca nella seconda parte dell’anno”, ha spiegatoNatalya Yezhkova, research director, Storage Systems di Idc.

Ad alimentare la domanda concorre soprattutto la costante richiesta di applicazioni as a service da parte delle aziende, anche di quelle più piccole, che “obbliga” i fornitori di servizi a potenziare le proprie piattaforme tecnologiche.

Entrando nel dettaglio, la spesa per gli switch Ethernet crescerà nel 2016 del 39,5%, quella per lo storage del 14,2% e quella per i server di 11,4 punti percentuali.

Se quello sopra descritto è lo scenario globale, al livello italiano la spesa per il cloud supererà quest’anno gli 1,7 miliardi di euro, grazie soprattutto alla dinamicità della spesa per le soluzioni di tipo “public”, che crescerà del 27% per raggiungere quota 587 milioni di euro.

Lo dice l’ultima edizione dell’Osservatorio Cloud & Ict as a Service del Politecnico di Milano, secondo cui le grandi imprese polarizzano ancora gran parte della spesa, con una proiezione per il 2016 di poco superiore al 90% e un tasso di crescita del 28%. La dinamica degli investimenti delle Pmi, invece, è di poco sotto al 20%.

Se guardiamo invece agli investimenti dedicati alle infrastrutture abilitanti una piattaforma cloud in seno alle aziende (e quindi l’ambito che ha monitorato Idc), ovvero quelli destinati ad aggiornare il patrimonio infrastrutturale e applicativo già esistente per l’adozione di servizi e soluzioni nella nuvola, questi arriveranno a valere complessivamente 1,185 miliardi di euro, crescendo del 14%. A fine 2013 ammontavano a circa 670 milioni.

 

Strategie cloud insufficienti per sei aziende su dieci

A parlare di cloud e di trasformazione digitale si fa presto ma la strada verso l’implementazione di una buona strategia di “rinnovamento” è spesso puntellata di difficoltà e insuccessi.

L’eterogeneità dei sistemi, per esempio, ne è la prova: secondo quattro responsabili It su dieci l’utilizzo di più piattaforme tecnologiche è un ostacolo rilevante, mentre tre su dieci puntano il dito contro i silos di dati o la molteplicità dei formati delle informazioni, che non permettono di avere una vista unica del cliente, ritenuto un importante differenziatore per il 72% dei manager.

Anche per questi motivi, solo il 43% delle aziende dell’area Emea è convinto che la propria strategia cloud possa supportare le iniziative di trasformazione digitale e di data management pianificate per i prossimi 12-24 mesi.

Le indicazioni provengono dal report “Digital transformation drives customer engagement” curato da Deloitte per conto di Informatica e realizzato intervistando 132 responsabili It.

Il 65% delle imprese si considera ormai una realtà pienamente digitale, anche se alcuni muri portanti della digitalizzazione ancora oggi spaventano le organizzazioni. Ma manca ancora una chiara visione manageriale dei fenomeni e in tal senso sono stati percepiti disallineamenti in termini di visione del business tra i Cio e gli altri Cxo.  

Le aziende e i responsabili It devono quindi investire nel miglioramento del data management e nelle strategie cloud, guidate dal desiderio di accelerare i processi decisionali (lo dice il 53% delle imprese) e di ridurre i costi operativi (più del 45%).

Un time-to-value più rapido (voce ricorrente nel 30% dei casi) e una maggiore agilità (nel 29%) e i benefici economici, sono gli elementi fondamentali che spingono a un approccio di gestione dei dati cloud based o in modalità ibrida.

Nel corso dei prossimi 12-24 mesi, il 56% dei responsabili It e delle società oggetto di indagine segnala di voler adottare un approccio ibrido, mentre meno di un quinto sta pianificando l’utilizzo di piattaforme on premise.