Tutti gli indicatori monitorati dal Rapporto Cerved 2016 mostrano segnali di ripresa per le piccole e medie imprese italiane. Le realtà innovative  (startup comprese) non iscritte ai registri ufficiali sono 10mila. Il punto critico si conferma ancora una volta l’efficienza operativa, un nodo che si può sciogliere solo attraverso l'innovazione tecnologica e la riformulazione dei processi

Dopo cinque anni di selezione darwiniana, in Italia torna finalmente a crescere il numero delle piccole e medie imprese. A rilevarlo è il Rapporto Cerved Pmi 2016, pubblicazione che ogni anno fotografa lo stato di salute economico-finanziaria delle realtà nostrane con un numero di addetti compreso tra 10 e 250 e un fatturato tra i due e i 50 milioni di euro (questi i criteri stabiliti dalla Commissione Europea).

Le Pmi nazionali rappresentano oltre un quinto (il 22%) di tutte le imprese che hanno depositato un bilancio in attivo, occupano circa quattro milioni di addetti e sviluppano un fatturato complessivo pari a 852 miliardi di euro, un valore aggiunto economico di 196 miliardi (pari al 12% del Pil) e hanno contratto debiti finanziari per 240 miliardi di euro.

Rispetto al complesso delle società non finanziarie, pesano per il 37% in termini di fatturato, per il 41% in termini di valore aggiunto e per il 29% in termini di debiti finanziari.

 “Nel 2015 il loro numero ha superato quota 137mila con un incrementato dello 0,4% rispetto al 2014 – ha esordito Marco Nespolo, amministratore delegato di Cerved, in occasione della presentazione del Rapporto a Milano -. Si tratta di un dato estremamente positivo, accompagnato da chiari segnali di miglioramento anche per quanto riguarda tutti gli altri indicatori monitorati. In media i ricavi sono cresciuti, infatti, del 3,1% e circa la metà delle Pmi ha un bilancio classificabile come solvibile, in aumento di quasi dieci punti percentuali rispetto al 2007”.

Molta strada, però, resta ancora da fare per riuscire a recuperare i livelli di redditività pre-crisi. La sottolineatura più importante di Fabiano Schivardi, professore di Economia Politica presso l’Università Bocconi e Responsabile Scientifico del Rapporto, evidenzia come nel 2015 non siano stati solo i ricavi ad accelerare (cresciuti a tassi tripli rispetto all'anno precedente), ma anche il valore aggiunto, in aumento del 3,7% a fronte di una crescita del Pil attestata allo 0,8%.

A tirare la volata è stato soprattutto il settore dell'industria, affiancato da quello dei servizi, mentre sono rimaste più in difficoltà le costruzioni, che per la prima volta dall'inizio della crisi hanno mostrato comunque segnali di miglioramento con una crescita dei ricavi dell'1,8% e della redditività lorda pari al 4,4% (dato solo leggermente al di sotto del risultato dei Servizi collocato al 4,5%).

"La lunga crisi che ha colpito il mercato e le Pmi italiane ha originato il crollo della domanda e una conseguente stretta del credito alle imprese - commenta Schivardi -. Una stretta che non ha riguardato solo le banche, ma anche le stesse aziende nella concessione dei crediti commerciali ai propri fornitori, tanto che dal 2011 al 2014 i debiti finanziari si sono ridotti del 2%, mentre quelli commerciali addirittura del 7%”.

Importante, quindi, l'inversione di tendenza registrata nel 2015, che, beneficiando di alcuni programmi centrali per la riduzione del costo del debito, ha registrato un ritorno in positivo dei debiti finanziari (+0,3%) e di quelli commerciali (+1,7%): un timido segnale di fiducia rinnovata nel sistema delle piccole e medie imprese.

"Nonostante la loro crescita, i debiti finanziari hanno gravato comunque meno sui bilanci - continua Schivardi -. Nel 2015 è proseguito, infatti, il rafforzamento del capitale proprio all'interno delle imprese e si è ridotto anche il peso dei debiti sui margini lordi: per questo l'anno scorso il 51,5% delle Pmi è stata classificata come 'solvibile', mentre solo il 16,6% è stata indicata 'rischiosa' contro il 17,7% del 2014".

A fronte di tanti segnali positivi, resta però ancora da risolvere il punto dolente della produttività, in calo dalla metà degli anni '90, con un ulteriore aggravamento delle tendenza al ribasso a causa della crisi. Il Cerved, in particolare, stima che tra il 2007 e il 2014 la produttività delle Pmi si è ridotta in termini reali di 7,7 punti percentuali.

Alla radice del problema la scarsa capacità di innovare, una propensione che una serie di norme stanno cercando di correggere, dalla sezione speciale del Registro delle Imprese dedicata alle startup e Pmi innovative al varo del piano Industria 4.0, ideato proprio con lo scopo di sostenere gli investimenti, la produttività e l'innovazione delle imprese con una particolare attenzione alla digitalizzazione dei processi produttivi.

 

L’innovazione “sommersa”

Il Rapporto ha dedicato particolare attenzione anche al tema dell’innovazione, di cui ha disegnato (in collaborazione con la startup trentina SpazioDati) una mappa dell’ecosistema inedita e originale, articolata in cluster e distretti locali.

L’analisi ha quindi evidenziato in 12mila il numero complessivo di startup innovative attive sul territorio italiano (circa 6.500 quelle iscritte al Registro delle Imprese) che muovono un giro d’affari di circa due miliardi di euro e impiegano 24mila addetti. 

Le Pmi classificate come innovative e non “certificate” nei registri del Ministero dello Sviluppo Economico (perché prive dei criteri previste delle norme o semplicemente perché restie all’iscrizione) sono un terzo, circa 4mila, ma producono un giro d’affari di 24 miliardi di euro di ricavi e impiegano 126mila addetti. 

Tutte le 16mila “newco” e piccole e medie imprese che producono prodotti o servizi innovativi sono state suddivise in otto cluster. I più importanti risultano essere quello del mobile e degli smartphone (2.800 startup e 1.200 Pmi) e quello dell’ecosostenibilità (1.500 startup e 1.000 Pmi).

Le imprese individuate sono state inoltre analizzate dal punto di vista territoriale per evidenziare la presenza di eventuali distretti tecnologici. Si è scoperto quindi che oltre un quarto delle imprese innovative hanno sede nelle province di Milano (2.675, di cui quasi 2mila startup) e Roma (1.806 di cui 1.468 startup). Seguono Torino con 798, Napoli con 520, Bologna con 450.

I territori in cui la presenza relativa di queste imprese è maggiore vedono la Provincia di Trento essere di gran lunga l’area più innovativa della Penisola, davanti a tutti per presenza di startup e seconda per le Pmi. Torino, invece, presenta l’indice più alto per le Pmi.

In generale, la geografia dell’innovazione segue la dorsale adriatica ed è simile alla distribuzione territoriale dei distretti. È interessante notare, si legge ancora in una nota del Rapporto, che questo pattern è più marcato per le startup che per le Pmi innovative, che sono ugualmente diffuse nel Nord Ovest. In ritardo è invece il Mezzogiorno, con poche e isolate eccezioni, come ad esempio il distretto tecnologico di Cagliari.

Ha collaborato Piero Aprile