Il neo presidente del Consiglio si è presentato cavalcando i progetti di rinnovamento dell’ex titolare di Palazzo Chigi circa la volontà di creare una società aperta e digitale. Sul tavolo ci sono i piani per la banda ultralarga e Industria 4.0: la speranza è che non siano progetti a rischio.

Lo slogan, almeno sulla carta, è esplicito: una società aperta e digitale. Nel programma economico stilato dal neo presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’importanza di digitalizzare il sistema Paese rimane un punto fermo ed importante. Il che significa sostegno e supporto per i piani di nuova infrastrutturazione (leggi piano ultrabroadband) e di ammodernamento tecnologico del tessuto manifatturiero (il piano Industria 4.0).

Dalle mani di un primo ministro abile nel linguaggio dei social e fiero paladino della rivoluzione digitale (con risultati finora nettamente inferiori alla portata dei proclami), il pallino è ora in quelle di una figura che nella sua carriera politica è stato ministro delle Comunicazioni nell'ultimo governo Prodi (2006-2008), responsabile del forum Ict del Pd, autore di un decreto legge per la riforma del sistema radiotelevisivo e che si è eretto a convinto sostenitore della democratizzazione dell’accesso a Internet (a lui si devono i primi patti con le Regioni per diffondere la banda larga).

Sul suo tavolo – fra i tanti – c’è il corposo dossier per la crescita digitale del Paese e la trasformazione della pubblica amministrazione. Riuscirà Gentiloni a fare meglio dei suoi predecessori e a portare a termine un percorso che chiama la macchina pubblica a cambiare pelle, all’insegna di maggiore efficienza e migliori servizi offerti a cittadini e imprese, e le imprese a investire massivamente in innovazione, sfruttando le agevolazioni fiscali dedicate al mondo manifatturiero e un’infrastruttura in fibra ottica (se sarà completata come da piano) finalmente degna di questo nome?

I progetti ai quali la “nuova” amministrazione dovrà dare continuità in orbita Pa, possibilmente accelerandone i tempi di attuazione, sono noti: lo Spid (il sistema pubblico per la gestione delle identità digitali), l’Anagrafe Unica, la razionalizzazione dei datacenter, il modello Italia Login, il Codice dell’Amministrazione Digitale e il Codice Appalti.

A complicare il lavoro del nuovo premier c’è la questione del ruolo del Commissario Straordinario per l’Agenda Digitale Diego Piacentini, voluto e nominato da Renzi, e il ruolo “consulenziale e politico” da questo ricoperto al “fianco” dell’organismo tecnico, l’Agid-l’Agenzia per l’Italia Digitale, che il piano dell’Agenda lo deve tradurre in opere sul campo (il nuovo programma triennale per l’It pubblico è atteso non prima di marzo). Venendo meno lo sponsor principale del Commissario, l’Agid si ritroverà a marciare da sola – con tutti i limiti di governance e di disegno strategico che conosciamo – per portare a compimento i tanti “work in progress” aperti?

Quanto ai piani di natura più infrastrutturale, banda ultralarga e Industria 4.0, il rischio che devono scongiurare Gentiloni e il titolare del Ministero dello Sviluppo Ecnomico, Carlo Calenda, è sostanzialmente legato a tempi e risorse. E quindi all’evitare ulteriori ritardi nell’execution dei bandi e della posa delle nuove reti e nel rendere effettivamente spendibili i diversi miliardi di euro allocati per portare la fibra nei 7mila comuni italiani, estendere l’ultrabroadband alle aree non a fallimento di mercato e garantire la copertura finanziaria degli sgravi fiscali previsie per i nuovi investimenti delle aziende manifatturiere.

 

Le (scomode) eredità del governo Renzi

Recuperare il gap (digitale ed economico) accumulato negli anni con le principali economie occidentali è l’imperativo. Cosa serve per farlo lo sappiamo bene tutti e lo sapeva bene anche l’ex premier Matteo Renzi: reti veloci, servizi online ai cittadini e alle imprese, incentivi per fare innovazione a tutti i livelli, compreso ovviamente il mondo delle startup.

Il nuovo esecutivo Gentiloni ha il compito di tenere “caldi” i tanti progetti avviati, quello che gli succederà dopo le nuove elezioni (quando?) dovrà portare a termine il compito, magari correggendo strada facendo il tiro. Il rischio che, ancora una volta, si crei una pericolosa situazione di limbo esiste e il sistema Italia non si può assolutamente permettere di perdere altro tempo. La sfida digitale, ce l’hanno ripetuto in tutte le salse molti esponenti istituzionali e della comunità tecnologica, va affrontata e superata subito.

Il fatto che il piano Industria 4.0 sia di fatto stato approvato in toto in sede di votazione della Legge di Stabilità è sicuramente un buon viatico.

Anche il piano di cablatura per la banda ultralarga, al momento in cui scriviamo, non sembra poter risentire dell’improvvisa dipartita dell’ex Presidente del Consiglio (che di uno degli attori più importanti del piano, Enel Open Fiber, è stato pubblicamente un sostenitore).

C’è però da ricordare che il primo bando Infratel da 1,4 miliardi per la realizzazione della rete pubblica nelle aree bianche (quelle a fallimento di mercato) di sei regioni italiane non è ancora stato assegnato, anche se la chiusura dei lavori in tal senso dovrebbe materializzarsi entro fine anno.

Renzi ha dunque lasciato in eredità al suo successore a Palazzo Chigi diverse eredità, per certi versi scomode. La riforma della Pa, soprattutto, implica variabili di natura politica che vanno al di là della mera progettualità legata all’adozione sistemica e strutturata delle nuove tecnologie (di per sé un risultato difficile da ottenere soprattutto per ciò che concerne l’interoperabilità fra i diversi sistemi informativi in uso dagli enti pubblici locali e centrali).

Il ritardo che scontiamo del resto dell’Europa che conta su digitale e in termini di Pil, questo è certo, dovrebbe rimanere un monito per non far decadere i progetti di investimento tecnologico definiti sulla carta negli ultimi tre anni. C’è giustamente chi fa notare una nota evidenziata dal Financial Times di recente, che ricordava come - dall’adozione dell’euro, nel 1999, ad oggi - l’Italia abbia perso il 5% della sua produttività, mentre Germania e Francia l’hanno vista aumentare del 10%.