Centri di ricerca, università, acceleratori di startup, imprese: in Trentino gli attori dell'innovazione e per il trasferimento tecnologico operano in sinergia e sfruttano al meglio le risorse pubbliche. Ecco come funziona un modello da imitare.

Partiamo da alcuni numeri. A detta del servizio di statistica territoriale, l’Ispat, l’1,8% del Pil della Provincia autonoma di Trento è investito in R&D (il dato è riferito al 2015), una percentuale superiore a quella della media italiana e non lontana da quella europea (2,1%). Sempre secondo l’Ispat, il Trentino vanta risultati eccellenti anche per la densità di addetti attivi nella ricerca e allo sviluppo: 7,6 ogni mille abitanti, contro i 5 della Lombardia, i 4,3 dell’Italia e i 5,7 della media dell’Unione Europea.

Nella provincia hanno sede circa 160 startup innovative (dati 2018) e secondo le rilevazioni del Cerved (si veda l’articolo a pag. 36) Trento è il territorio che vanta il maggior grado di innovazione in Italia. I numeri dicono già molto, anche se ovviamente non tutto, e si riflettono in eccellenze tecnologiche operanti in settori chiave quali l’Information Technology (Big Data), il manifatturiero digitale, la microelettronica (il cui fiore all’occhiello sono i laboratori della Fondazione Bruno Kessler, Fbk, dove si sviluppano e producono chip), le biotecnologie e la componentistica elettronica.

Al fianco di imprese e startup si muove in modo sinergico una macchina fatta di distinte anime, molte delle quali di matrice pubblica, che compongono in tutto e per tutto l’ecosistema trentino dell’innovazione. Vi sono attori della ricerca e della formazione, come l’Università degli Studi di Trento e la già citata Fondazione Bruno Kessler, che in collaborazione con il Cnr e con il sostegno della Provincia autonoma di Trent hanno dato vita a luglio a Quantum@Trento, un laboratorio congiunto dedicato allo sviluppo di scienze e tecnologie quantistiche nell’ambito di un progetto europeo da dieci miliardi di euro.

Ci sono centri di ricerca dediti allo sviluppo in campo machine-to-machine e guida autonoma (quello di Fiat ospitato in Fbk), ci sono Eit Digital (il network europeo sul digitale, di cui il capoluogo trentino è il primo nodo dell’Europa meridionale), Cibio (Centre for Interactive Biology, che attira progetti e professionalità da tutto il mondo) e la Fondazione Edmund Mach (centro fra i più importanti a livello europeo nel campo delle scienze agrarie).

Accanto a questi soggetti si muovono, poi, attori per il trasferimento tecnologico avanzato come Hit (Hub Innovazione Trentino) e Trentino Sviluppo (di Rovereto, include il Polo della Meccatronica e il Progetto Manifattura di Rovereto) e altri che operano a supporto delle startup, come Industrio Ventures, CLab e Unitn.

“Il nostro compito”, spiega a Technopolis l’executive manager di Hit, Andrea Sartori, “è quello di portare sul mercato soluzioni e fare scouting di aziende che possano diventare partner industriali delle nuove imprese. Se dovessi sintetizzare il nostro ruolo, lo definirei come facilitatore di opportunità e volano per il fundraising e i venture capital”.

Da ultimo nato dell’ecosistema dell’innovazione locale, Hit è quindi il soggetto che fa da interfaccia verso la comunità degli investitori istituzionali su scala nazionale ed europea, mettendo in campo competenze interdiscliplinari per valutare e validare i progetti: si spazia dal biotech, vero punto di forza del movimento trentino, alle tecnologie quantistiche. Per realizzare questo, collabora con altri acceleratori italiani come LVentures e PoliHub, e porta avanti sinergie con le altre anime dedite all’innovazione del territorio.

Fino al 1982 l’area in cui sorge oggi il Polo della Meccatronica ospitava il cotonificio di Pirelli. Dal 2003 in avanti, in virtù di un investimento pubblico di circa 90 milioni di euro, in questo immenso spazio di circa 100mila metri quadrati hanno trovato posto una trentina di imprese, una decina di startup e i laboratori di prototipazione che costituiscono una delle due gemme di Trentino Sviluppo.

L’altra, Progetto Manifattura, completamente dedicata all’innovazione in chiave sostenibile, ha ereditato le strutture della vecchia fabbrica del tabacco di Rovereto e punta a diventare  (anche grazie ai 70 milioni stanziati dalla Provincia Autonoma di Trento) un polo di attrazione per aziende innovative unico in Europa. Una cinquantina quelle già ospitate, con l’obiettivo di salire a 110 entro il 2020.

Formazione, cooperazione, accelerazione e – naturalmente – innovazione sono dunque i mantra di queste due componenti dell’ecosistema, strettamente legati a Fbk e all’Università di Trento, in cui lavorano quotidianamente oltre 500 persone e in cui hanno creduto aziende come Bonfiglioli (macchine industriali), Zeiss (sistemi ottici), Aermec (condizionatori) e Ducati Energia per le rispettive unità di ricerca. E in cui si guarda avanti nel segno dei nuovi paradigmi dell’Industria 4.0.

Nella ProM Facility, per esempio, in esercizio dal 2017, operano impianti da diversi milioni di euro coperti da fondi europei a supporto di progetti, su commessa, per la realizzazione di prototipi con tecniche avanzate di manifattura additiva. In ProM, dicono i diretti interessati, non si fa puro “service” dei macchinari a beneficio delle aziende ma anche consulenza ingegneristica sul prodotto, condivisione delle competenze e open innovation al fianco delle startup. Sfruttando appieno, in un’ottica di sviluppo condiviso, i fondi europei e gli incentivi fiscali a fondo perduto disponibili.

 

La ricetta per crescere: sinergia fra startup e pmi innovative

Per Gabriele Paglialonga, direttore generale di Industrio Ventures, uno dei pezzi che compongono il mosaico dell’ecosistema trentino, non c’è una ricetta precisa per fare innovazione con le startup. C’è, ed è una novità importante rispetto al recente passato, la ferma intenzione di ampliare l’attività dell’acceleratore al di fuori della provincia.

“Per fare germogliare su larga scala il seme dello sviluppo occorre un rapporto sistemico e sinergico fra le Pmi innovative e le nuove imprese tecnologiche. Cercare subito la nuova nuova Facebook non è stato forse l’approccio migliore”, dice Paglialonga, convinto sostenitore del paradigma di un’innovazione aperta che parta dall’esistente e dalle competenze esistenti sul territorio, in settori come la meccatronica e le energie rinnovabili, la sensoristica e la meccanica di precisione.

Non c’è, a detta del manager, un segreto particolare alla base del successo del modello trentino: “Un buon rapporto fra pubblico e privato è essenziale, ma si tratta di una virtù che hanno anche altre Regioni, per esempio l’Emilia Romagna con il TecnoPolo di Modena e Reggio Emilia.

È una questione di volontà e di sinergia fra Pubblica Amministrazione e imprenditoria”. Sposando questo principio, oggi Industrio fa scouting dove c’è intelligenza a livello di hardware e dove si può portare intelligenza nei processi, e quindi nella robotica e nel biomedicale (appartiene a questo cluster Mirnagreen, nata a fine 2015 come primo spin-off della Fondazione Edmund Mach e poi finanziata da Industrio).

Paglialonga definisce la sua azienda un acceleratore “boutique”, essendo solo una decina le startup incubate attualmente attive sul mercato. Per l’ecosistema italiano ha un suggerimento: “Bisogna concentrare le risorse disponibili e serve maggiore capacità di fare sistema, perché l’Italia è una dorsale manifatturiera con esigenze simili, a Trento come altrove. Oggi nella mappa mondiale siamo ancora a zero perché non c’è massa critica rispetto a Paesi come Regno Unito, Israele o Stati Uniti”.