Fra utilizzi ludici e ricerca scientifica, l'intelligenza artificiale è sempre più il cuore (o meglio il cervello) di applicazioni che fino a ieri nemmeno sapevamo immaginare. Come quella sviluppata al Mit di Boston, basata su una tecnologia che impara ad ascoltare anche in assenza di suono.

Andrà a finire che parlare di intelligenza artificiale sarà un po’ come parlare di tutto e niente. Perché questa tecnologia o insieme di tecnologie diventerà parte integrante di qualsiasi sistema hardware, software o servizio, nelle aziende, sul Web, nella gestione delle città, all’interno degli smartphone che tutti possediamo, nella domotica e anche nella guerra.

Le distinzioni fra i tipi diversi di “intelligenza” possono scendere più o meno nel tecnico: c’è l’apprendimento automatico, che prima mette a punto degli algortimi, poi li “allena” o “istruisce” attraverso grandi volumi di dati e infine lascia che con la pratica diventino sempre più abili; c’è il deep learning, che impiega schemi di ragionamento gerarchico; ci sono le reti neurali artificiali (composte da più nodi di calcolo che mimano le dinamiche del cervello umano), la computer vision (per droni civili o militari e per i veicoli a guida autonoma), gli analytics predittivi (usati nella meteorologia e nella finanza, per citare due esempi molto distanti fra loro), i sistemi conversazionali (che interagiscono in forma vocale o scrittta, come fanno gli assistenti virtuali degli smartphone e i chatbot). E tanto altro ancora.

Per le tecnologie di computing cognitivo e di intelligenza artificiale Idc prevede quest’anno un giro d’affari mondiale di 19,1 miliardi di euro, che se confermato rappresenterebbe un incremento del 54,2% rispetto alla spesa del 2017. Ma non è nulla in confronto a quanto le aziende e le organizzazioni del settore pubblico spenderanno nel 2021, ovvero 52,2 miliardi di dollari.

Detto diversamente, fra il 2016 e il 2021 il mercato crescerà a un tasso annuo Cagr del 46,2%. Secondo le stime della società di ricerca, entro il 2019 quattro iniziative di trasformazione digitale su dieci utilizzeranno servizi basati sull’AI, ed entro il 2025 tre quarti delle applicazioni aziendali useranno una qualche forma di questa tecnologia.

“Tutti i settori di mercato e tutte le organizzazioni dovrebbero valutare l’intelligenza artificiale per capire come possa influenzare i propri processi di business e l’efficienza nel go-to-market”, sintetizza David Schubmehl, research director, cognitive/artificial intelligence system di Idc.

 

All’ascolto di parole non dette

E se la tecnologia imparasse ad ascoltare anche in assenza di suono? Fenomeno noto alla psicologia cognitiva e alle scienze del linguaggio, la subvocalizzazione (l’immagine mentale del suono delle parole, solitamente prodotta nel cervello di chi legge o ragiona) è ancora territorio inesplorato per le interfacce di computing.

Questa attività può essere tracciata attraverso i recettori dei muscoli facciali: da qui l’idea dei ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di sviluppare un sistema capace di captare questi segnali e tradurli in istruzioni linguistiche.

Si è partiti da alcuni esperimenti in cui degli elettrodi posti sulla faccia di alcuni volontari hanno permesso di individuare sette collocazioni significative per tracciare le parole subvocalizzate. Nei successivi test è stato chiesto ai volontari di ragionare su calcoli matematici e sulle mosse di una partita di scacchi.

I ricercatori hanno, poi, impiegato delle reti neurali artificiali per correlare parole a specifici segnali neuromuscolari e, da qui, per “allenare” le reti neurali. Il software derivato da questo lavoro si è unito all’hardware: un indefinibile oggetto ricurvo, da indossare dietro a un orecchio così da posizionare l’estremità opposta vicino alla bocca, inclusivo di elettrodi e di un auricolare a conduzione ossea.

Messo alla prova, ha dimostrato un’accuratezza del 92%. In futuro AlterEgo, questo il nome, potrebbe servire a interrogare un assistente virtuale per smartphone, a navigare all’interno del menu di una smart Tv o a impartire istruzioni in contesti di lavoro molto rumorosi.