Il boom dei dati costringe ad affrontare diverse sfide, in primis l’aumento della capacità di archiviazione e la scalabilità dell’infrastruttura storage. Quale strada prendere? Le memorie a stato solido e flash stanno diventando la prima scelta per tutte le tipologie di applicazioni.

Il mondo digitale è in continua e costante espansione, e questo è un fenomeno sotto gli occhi di tutti. Ciò che però è meno evidente ai non addetti ai lavori è la portata di questo fenomeno.

Secondo le ultime stime elaborate da Idc, a livello mondiale l’universo digitale è destinato a passare da una dimensione di circa nove zettabyte (l’equivalente di circa un miliardo di terabyte) di dati prodotti nel corso del 2015 agli oltre 180 zettabyte stimati per il 2025. Stiamo parlando di una quantità di informazioni superiore a 20 terabyte per ciascun individuo vivente: bambino, adulto, anziano, residente a New York o in un monastero himalayano.

Tutti questi dati sono prodotti sia dall’interazione umana (e quindi da messaggi, fotografie, cartelle cliniche, relazioni con la pubblica amministrazione, video, film, canzoni e altro ancora) sia da macchine e sensori in grado di funzionare in modo autonomo e automatizzato.

Si pensi, in proposito, al fenomeno dell’Internet of Things. Tale aumento esponenziale delle informazioni in formato digitale sta sottoponendo a una forte pressione l’infrastruttura dei data center, e in particolare la componente storage, mettendo le aziende di fronte a varie sfide.

La prima, la più ovvia, è quella legata alla capacità di archiviazione, tanto per la crescita dei dati originali quanto per la proliferazione delle copie.

La necessità di maggiori risorse per memorizzare documenti può determinare un aumento nel livello di complessità dell’infrastruttura storage in relazione alle componenti server e networking. A sua volta, tale complessità può provocare un calo nelle prestazioni con impatti sulla scalabilità, sulla flessibilità e sulla velocità di “ingestione” dei dati.

Per far fronte a queste sfide le imprese italiane si stanno rivolgendo a differenti tipologie di soluzioni in grado di raggiungere singoli o molteplici obiettivi. Per quanto concerne l’aspetto della capacità, oltre l’85% delle aziende intervistate da Idc nel corso degli ultimi anni ha dichiarato di aver investito in sistemi di storage su disco tradizionali (gli Hdd).

Per ridurre la complessità dell’infrastruttura, invece, il campione intervistato si sta indirizzando in circa il 90% dei casi verso soluzioni convergenti e iperconvegenti e su soluzioni di tipo software-defined storage. Prodotti all-flash array, piuttosto che hybrid-flash, vengono invece presi in considerazione per coniugare velocità e livelli di I/O con esigenze di workload sempre più impegnative.

Le componenti flash sono quelle che al momento stanno attirando attenzioni e investimenti sia a livello mondiale, sia italiano. Nate e sviluppatesi inizialmente per rispondere a esigenze legate esclusivamente alla velocità, grazie alle prestazioni decisamente più elevate rispetto ai tradizionali dischi, le memorie a stato solido (Ssd) e flash stanno uscendo da questa nicchia per diventare il supporto primario per diversi casi d'uso.

Non solo per workload che necessitano di tempi di latenza molto bassi (per esempio i Big Data analytics, l’IoT, lo streaming, il computing congitivo e il machine learning) ma anche per applicazioni più tradizionali quali il back-up, l’archiviazione, l’Erp o il Crm.

Una tendenza, quella appena descritta, che sta avendo un impatto significativo anche sulla spesa in sistemi di archiviazione. Secondo le nostre ultime stime, a fronte di un mercato storage italiano pari a circa 500 milioni di euro nel 2017 e in leggera contrazione nell’orizzonte 2015-2020 (l’andamento composito annuo è negativo nella misura dell’1%), la componente flash è quella che registrerà il tasso di crescita medio più elevato, l’8%.

All’interno di questo comparto le soluzioni all-flash array cresceranno con un tasso medio di poco inferiore al 22% da oggi al 2020, passando da 70 milioni di euro del 2017 agli oltre 110 milioni previsti da qui a tre anni.

Sergio Patano, senior research & consulting manager di Idc Italia