Il nostro Paese non ha aderito alla partnership sulla blockchain promossa dalla Ue, che ha visto il coinvolgimento di 22 Stati membri. Eppure la tecnologia è sempre più studiata, con un aumento del 73% delle sperimentazioni internazionali fra il 2016 e il 2017.

“In futuro, tutti i servizi pubblici si affideranno alla blockchain, una tecnologia che rappresenta una grande opportunità per l’Europa e per gli Stati membri per ripensare i sistemi informativi, promuovere la fiducia dei cittadini e proteggere i dati personali”.

Così parlò Mariya Gabriel, Commissario europeo per l’economia e la società digitali durante la presentazione dell’European Blockchain Partnership: un progetto a cui hanno aderito 22 Paesi della Ue allo scopo di condividere esperienze e conoscenze nel campo tecnico e del regolatorio per prepararsi al lancio di applicazioni basate su blockchain a livello comunitario, beneficiando della strategia sul mercato unico digitale delineata da Bruxelles.

La Ue ha già investito oltre 80 milioni di euro in diversi progetti relativi ai registri distribuiti, con l’obiettivo di allocarne altri 300 entro il 2020. Tutto bene? Non tanto, almeno per l’Italia. Il nostro Paese, infatti, al momento di andare in stampa non figura tra i firmatari dell’accordo e sinceramente non si capiscono i motivi di questo “gran rifiuto”. La Commissaria ha comunque invitato gli altri Stati membri a unirsi alla partnership. Vedremo se i nostri rappresentanti cambieranno idea.

Considerando le potenzialità della blockchain, l’autoesclusione dell’Italia dall’iniziativa comunitaria è sicuramente un’occasione mancata. È probabile che a pesare sia stato lo scenario corrente della Penisola.

“Il mercato italiano, nonostante la presenza di una solida comunità di sviluppatori, non ha ancora saputo cogliere la sfida di innovazione connessa alla blockchain. Da una parte c’è una difficoltà ad affrontare una tecnologia molto complessa, dall’altra una carenza culturale delle imprese che tendono a non investire”, commenta Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano.

I registri distribuiti potrebbero avere “un impatto notevole per il made in Italy in termini di tracciabilità e di anticontraffazione: è necessario non rimanere fermi per evitare un divario di competenze difficile da colmare”, sottolinea Portale, uno degli autori della prima ricerca dell’Osservatorio su questa tecnologia.

Secondo i dati del rapporto, i distributed ledger sono in piena espansione, con un aumento dei proof of concept e delle sperimentazioni già avviate del 73% fra il 2016 e il 2017. Quasi sei progetti su dieci fra quelli censiti riguardano il settore finanziario, ma sembrano essere in pieno fermento anche altri ambiti, tra cui il governativo (più 9%), la logistica (7,2%), le utilities (3,9%), l’agrifood (3%) e le assicurazioni (2,7%).

Principalmente oggi la catena di blocchi viene utilizzata nei processi di pagamento, per sistemi di tracciamento e supply chain, per gestire dati e documenti e nel mercato dei capitali. Sono ben 29 le banche centrali di tutto il mondo che hanno iniziato a sperimentare con la blockchain (soprattutto nel campo delle criptovalute) e, quindi, anche gli istituti finanziari sembrano aver superato l’iniziale diffidenza nei confronti di questa tecnologia.

La catena di blocchi sembra dunque avere davanti a sé un futuro radioso. E la notizia che anche un colosso del calibro di Samsung abbia deciso di testarla non fa che avvalorare questa tesi. L’azienda sudcoreana ha avviato una serie di sperimentazioni sulla tecnologia, per valutare eventuali impatti positivi sulla propria supply chain. I registri a blocchi potrebbero essere utilizzati per ottimizzare tutta la filiera di distribuzione e la logistica, generando risparmi fino al 20%. Il che significa miliardi di dollari di tagli.

I vertici di Samsung non si sono però sbilanciati sull’effettivo utilizzo della blockchain. Non è quindi possibile sapere se e quando il paradigma verrà implementato. Ma secondo Song Kwang-woo, responsabile del progetto per Samsung Sds (servizi It), la tecnologia “avrà un impatto enorme sulle supply chain delle industrie manifatturiere e sarà una piattaforma fondamentale per sostenere la nostra trasformazione digitale”.