Il computing nella nuvola è ancora in piena evoluzione e non è facile definire i prossimi passi dei provider di servizi. Le soluzioni ibride sono attualmente le preferite, al contrario di quelle PaaS, ma potranno presto perdere terreno. Sussistono buoni spazi di crescita per le alternative “verticali” e per il multicloud. Lo spiegano gli analisti di Gigaom Research.

Il cloud computing è un bimbo che cresce sano e forte ma, come tutti i bambini, è ancora in piena evoluzione e non ha deciso quale sarà il suo futuro. Fuor di metafora, è questa l’estrema sintesi del rapporto “Cloud computing market trend in 2015" di Gigaom Research, che cerca di fare il punto sulle tecnologie collegate alla “nuvola” e anticiparne i prossimi cambiamenti. Secondo Paul Miller, autore del report, l’adozione del cloud da parte delle aziende è sostanzialmente ancora in una fase iniziale, malgrado sia possibile fissare alcuni paletti.

Innanzitutto, l’adozione di varie forme di computing nella nuvola da parte di molte aziende (in Italia nel 2014 erano oltre il 40%, secondo dati Istat) continua a minacciare i fornitori di altre soluzioni It “classiche”, che stanno provando a cambiare approccio con adattamenti in corsa.

Entrando nello specifico delle varie tecnologie disponibili, invece, si nota come le implementazioni ibride siano oggi le dominatrici della scena, ma siano comunque destinate a perdere importanza nei prossimi anni.

Così come che i fornitori di soluzioni Platform-as-a-Service (PaaS) stanno soffrendo, perché schiacciati da altri approcci concorrenti che mirano a ottenere lo stesso risultato. Vietato però, fanno notare dalla società di ricerca, considerare i servizi PaaS come spacciati: gli spazi di crescita saranno probabilmente minori di quanto preventivato, ma potrebbero comunque essere soddisfacenti.

Torniamo al cloud ibrido. Come abbiamo detto, secondo Gigaom Research questo modello rimarrà ancora la prima scelta per le aziende nel breve periodo. Un sondaggio di Rackspace, inoltre, ha svelato che circa i tre quarti degli intervistati utilizzano un approccio di questo genere.

Qual è il motivo principale? I maggiori fornitori di servizi cloud hanno puntato in questi anni a offrire soluzioni che permettessero alle aziende di continuare a utilizzare le loro infrastrutture on premise, abbinandole e integrandole con il cloud. Grandi nomi come Microsoft e VMware hanno sfruttato i loro rapporti preesistenti con i clienti offrendo strumenti e prodotti progettati appositamente per sfruttare sia le potenzialità dei data center proprietari, sia di quelli esterni. 

L’approccio ibrido offre quindi il modo economicamente più vantaggioso e flessibile per soddisfare vari criteri, di risparmio, di sicurezza e di facilità di acceso ai dati. Ed è un modello sostenuto dai fornitori di servizi, che hanno introdotto in questi mesi soluzioni per semplificare il lavoro dei professionisti It e la relativa gestione della tecnologia. 

Microsoft, per esempio, offre uno schema di mobilità delle licenze, mentre VMware ha lanciato nel 2014 la sua “nuvola” ibrida per facilitare il passaggio da applicazioni operanti sui data center aziendali alla piattaforma vCloud Air.

Questo processo di semplificazione, però, procede ancora a rilento: in un mondo ideale, infatti, i fruitori di servizi ibridi dovrebbero avere a disposizione applicativi che possono essere avviati, spostati facilmente su cloud e, se necessario, “richiamati” sui centri di elaborazione dati in azienda (e questo è fra l’altro un tema che alcuni vendor, come proprio VMware, stanno cavalcando). Paul Miller fa notare però come questo scenario sia ancora ben lontano dalla realtà, almeno nella maggior parte dei casi.

Vendor lock-in? No, grazie

Insieme alla “nuvola” ibrida, sta vivendo un ottimo momento anche il multicloud, che consente alle aziende di mescolare tra loro prodotti differenti e di fornitori diversi, senza vendor lock-in. Già in un precedente studio del 2013, “Sector Roadmap: Multicloud management”, Gigaom aveva analizzato la costante crescita di strumenti di gestione come Enstratius, adesso parte di Dell, e RightScale.

Questi pacchetti semplificano il management di programmi e servizi basati su cloud, centralizzando solitamente funzioni come i controlli di accesso, l’audit e la fatturazione, tutto tramite una singola interfaccia. Secondo Gigaom, queste caratteristiche conferiranno probabilmente al multicloud una vita molto più lunga rispetto alla “nuvola” ibrida.

E il prossimo futuro che cosa ci riserva? Per Paul Miller, avranno sempre più successo le soluzioni basate sul cosiddetto “cloud verticale”, che permettono di ritagliare servizi su misura per il cliente. Una sorta di procedimento sartoriale per adeguarsi il più possibile all’utente, con la possibilità di contrattare termini di licenza, supporto, dettagli tecnici, questioni legali e così via.

In effetti, i provider di servizi cloud devono già oggi confrontarsi con clienti particolari, obbligati ad attenersi a rigidi protocolli di sicurezza o che sottostanno a leggi speciali. Pensiamo ad esempio ai settori della Pubblica Amministrazione, della scuola o della sanità. Infine, sarà interessante vedere come i colossi dell’It proveranno a interfacciarsi con la miriade di startup e di nuovi servizi che, praticamente ogni giorno, si collocano all’ombra della “nuvola” globale.