Secondo i dati pubblicati da Aifi, nel nostro Paese la raccolta è salita nel 2015 oltre i 2,8 miliardi di euro (raddoppiando rispetto al 2014) e gli investimenti cresciuti a 4,6 miliardi. Le operazioni per le aziende early stage sono state però solo 122 per complessivi 74 milioni. Il divario con altri Paesi europei rimane. Cb Insights ha stilato una lista dei principali investitori in imprese innovative, coloro che hanno visto prima di tutti le potenzialità di Twitter, WhatsApp e delle nuove compagnie innovative cinesi.

Ottimismo moderato. Così viene inquadrato lo status attuale del mercato dei capitali in Italia. La fiducia deriva dal fatto che i capitali ci sono. La prudenza dal fatto che il mercato che li possa massimizzare è ancora in divenire e che il sistema dell’innovazione non sia ancora riuscita ad attivare un circolo virtuoso tra i fondi di venture capital e gli investimenti in startup. 

I numeri del venture capital della Penisola stanno crescendo, insomma, ma gli standard esibiti dai maggiori Paesi europei sono ancora lontani.

La fotografia arriva dai dati presentati nei giorni scorsi dall’Aifi (Associazione Italiana del Private Equity Venture Capital e Private Debt) e descrive una buona dinamica degli investimenti portati a termine a firma degli operatori di private equity e venture capital nel 2015.

La crescita rispetto al 2014 è stata significativa, si è raggiunto il secondo giro d’affari più alto di sempre, e segnali molto positivi provengono anche dalla raccolta, quasi raddoppiata rispetto all’anno precedente. Ma il divario con il resto d'Europa viene ritenuto ancora eccessivo.

Questo il dettaglio. Le risorse complessive raccolte ammontano a oltre 2,8 miliardi di euro, con una crescita del 92% rispetto all’anno precedente; le

342 nuove operazioni di investimento distribuite su 272 società si sono chiuse per un controvalore di oltre 4,6 miliardi, con un incremento del 31% sul 2014.

Le operazioni di buy out hanno sviluppato un business di 3,2 miliardi, quelle di replacement oltre 890 milioni e quelle di expansion circa 330 milioni. Interessanti anche i dati che fanno ad interessare il fenomeno delle startup: 122 le operazioni che hanno interessato aziende in fase di early stage muovendo complessivamente 74 milioni di euro.

Ed è proprio su questo fronte, sulla quantità e sull’intensità degli investimenti veicolati dai ventur capitalist in direzione delle imprese innovative, che emergono le differenze fra Italia e resto d’Europa.

Fra il 2012 e 2014, per esempio, la Francia ha riservato alle startup tecnologiche 1,7 miliardi di euro, il Regno Unito 1,8 miliardi, la Germania quasi 2 miliardi. L'Italia si è fermata a 259 milioni.

Il vento, ultimamente, sembra essere un po’ cambiato, tanto che (come scrive il Sole24ore) i cinque fondi già autorizzati dalla Banca d'Italia (Panakés, P101, United Ventures, Principia e Innogest) vantano una “dote” complessiva di 493 milioni di euro quanto a capitali raccolti in campagne di fundraising. Una cifra, spiega ancora il quotidiano di Confindustria, “che non fa apparire così infondato l'auspicio di una capacità di investimento da un miliardo entro il 2018, come nelle ipotesi dell'associazione Italia Startup”.

Il quadro, insomma, lascia intravedere ampie schiarite anche se il gap da recuperare a livello culturale, per ciò che concerne la propensione all’utilizzo dei capitali di rischio e in termini di visione strategica sul mondo delle imprese innovative, soggetti che devono da parte propria dimostrare di essere un investimento capace di garantire un rendimento positivo.

Più in generale, come ha rimarcato il presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta, “in Italia bisogna ragionare di più secondo una logica di sistema perché siamo di fronte ad un complesso ancora troppo bancocentrico. L’auspicio è quello che in futuro finanza e imprenditoria possano collaborare per il bene del Paese”.

Secondo Cipolletta, in altre parole, gli investimenti devono essere effettuati sempre meno tramite prestiti e sempre più tramite capitale di rischio, facendo capire agli imprenditori che il capitale di rischio è un alleato. “Portando i fondi dentro un’azienda – ha aggiunto il presidente di Aifi –si portano oltre al capitale anche governance, competenze e network. Componenti fondamentali per un’azienda che deve crescere”.

La strada da fare, come già osservato, è però alquanto lunga. La conferma? Le prime quattro società per capitalizzazione quotate a Wall Street sono società cosiddette “venture-backed” (e cioè compagnie private fra i cui investitori c’è una società di venture capital) e hanno i nomi di Alphabet (Google), Apple, Microsoft e Facebook: la prima venture-backed quotata a Piazza Affari è Prysmian, che si trova al 21esimo posto.

Da sinistra: Peter Fenton (Benchmark), Fred Wilson (Union Square Ventures),Bill Gurley (Benchmark), Rebecca Lynn (Canvas Ventures) e Neil Shen (Sequoia Capital China)

 

I venture capitalist che hanno lanciato Twitter, WhatsApp e Alibaba

C’è chi ha investito in Twitter, come Peter Fenton, venture capitalist di Benchmark, quando la società aveva solo 25 dipendenti ed era alle prese con qualche malfunzionamento al servizio di troppo.

Pochi, come Jim Goetz di Sequoia Capital, hanno scommesso parecchi denari su WhatsApp ben prima che questa fosse acquisita da Facebook. E ancora.

Il fiuto di altri venture capitalist hanno portato a investire su realtà social oggi affermate come Instagram e LinkdIn, su modelli di business alternativi in campo finance come la piattaforma di prestito alternativo Lending Club, quotatasi in Borsa nel 2014, o su imprese cinesi come Alibaba, il gigante dell’e-commerce arrivato a Wall Street, o i21Vianet, un provider di servizi per data center che successivamente è sbarcato anch’esso sui listini.

Sono alcuni dei principali venture capitalist mondiali che hanno fatto una fortuna grazie alla loro intuizione e al loro senso degli affari.

Nell’era delle startup di fama mondiale come Uber e AirBnb, gli early-stage investors hanno contribuito a decretare il successo di imprese che si muovevano ancora nelle retrovie dell’ecosistema delle nuove imprese innovative.

CB Insights ha stilato una lista dei 100 maggiori venture capitalist mondiali valutando l'entità del ritorno economico che questi hanno ricavato quando le società sulle quali avevano scommesso si sono quotate in Borsa o sono state acquisite.

Da questa lista il New York Times ha ricavato una classifica più ristretta evidenziando i 20 principali investitori in capitale di rischio. 

Tre quarti di questi “top 20 investor” sono soliti puntare sulle startup durante i primi round di finanziamento mentre solo pochi di essi sono interessati a investimenti nelle fasi successive della vita della compagnia.

Per il movimento del venture capital italiano sono sicuramente un esempio, se non da imitare, per lo meno da seguire.