Comprendere i codici che comunicano il contesto: nel mare di informazioni in cui nuotano le aziende servono strumenti capaci di valorizzarle. Di darle vita. Le classiche analytics spesso non sono sufficienti. E la soluzione non è solo tecnologica.

Sono in aeroporto e il telefonino vibra, dice “due ore di ritardo”. Rimango perplesso, è l’aereo che atterrerà con due ore di ritardo o è il mio amico che arriverà con due ore di ritardo?

Si chiama consapevolezza del contesto, “context awareness”. Il concetto ci riporta al “context aware computing”, una disciplina che, dopo molti anni di ristagno nel mondo della ricerca, sta iniziando a prendere piede nel cuore dei sistemi informativi, siano essi orientati al business o al consumer.

Il fatto è significativo, non solo per i suoi contenuti, ma perché questo nuovo corso non viene dal mondo della computer science bensì da quello della comunicazione. Ed è rilevante il fatto che l’addetto informatico la stia seriamente considerando.

La realtà digitale si rappresenta con i dati, sempre di più in quantità e varietà. E i dati, con i computer, si fanno con spazi di numeri e utilizzando convenzioni. Ma un numero è una informazione fredda, non offre una spiegazione ma semplicemente la riporta. Per costruire esperienze immersive, in grado di farci capire compiutamente cosa voglia dire un dato, c’è bisogno che lo spazio dei numeri sotto osservazione sia contestualizzato. In altre parole c’è bisogno di fare “play” di una data story.

Nel lontano 1861, Charles Joseph Minard utilizzò un disegno per rappresentare, in uno spazio ristretto, un’informazione caratterizzata da quattro attributi. Oggi la chiameremmo infografica. Oggi, la chiameremmo infografica, anche se per la verità il termine grafico è stato inventato solo nel 1878.

Nel 2002, lo scrittore statunitense Lev Manovich definì i criteri estetici dell’informazione facendoci capire che, per fare un’infografica valida, non è richiesto uno sforzo di creatività e di conseguenza un “data artist”. Bensì un “data journalist”.

Prima di realizzare grafici e tabelle ci dovremmo infatti chiedere se esiste la cultura che ci consentirà di comprendere i codici che comunicano il contesto. Pensiamo ai fumetti, in cui il contesto è implicito. Abbiamo la sequenza temporale (dall’alto in basso), la rilevanza (l’ampiezza o la posizione della vignetta), il codice ambientale e dell’emozione. Un fumetto lo sappiamo leggere e ci trasmette l’informazione di contesto implicitamente con la storia che racconta.

La comprensione di un dato implica quindi una specifica cultura. Siamo certi che le app mobili, Google, i social e i sistemi informativi ci stiano trasmettendo la cultura del contesto? La risposta è si, certo, ma troppo lentamente rispetto agli investimenti che si stanno operando.

Le aziende hanno fatto per 20 anni spese pazze in soluzioni di business intelligence (prima) e Big Data analytics (poi) per comprare strumenti ottimi per fare i numeri ma molto mediocri per comunicare. Le analytics realizzate con i prodotti di Bi che vanno per la maggiore, per esempio, che cosa hanno ereditato dai fumetti? Oltre la “tooltip”( la finestra che compare sullo schermo passando con il mouse su una scritta o un'icona, per indicarne la funzione, ndr) vedo veramente poco.

Chi mette in campo Bi ed analytics dovrebbe capire che la comunicazione di un’azione di governo non è solo questione di numeri. La narrazione che oggi si fa per sopperire a queste lacune, tipicamente un documento Power Point con tabelle e grafici Excel, contestualizza poco o niente e per comprenderla si spreca troppo tempo.

Nella mia personale esperienza, ho trovato molti “utenti” disposti a parlare di processi di redazione del dato, di linguistica e di codici di comunicazione; persone disposte ad affiancare agli informatici, ai business analyst e ai data scientist nuove professionalità capaci di riportare e di spiegare. Vedo quindi un’immensa opportunità perché, semplicemente, abbiamo molto di più della carta per fare “play” su una storia di un dato. Abbiamo nuovi media, uno schermo, altoparlanti. E molto altro.

Gianluigi Riccio, Ceo di Datonix