Le nuove imprese innovative della Penisola che si occupano di servizi peer2peer, una trentina, hanno ricevuto nel 2017solo 23 milioni. E nell’Internet of Things ci si ferma a 11 milioni. Crescono, invece, le operazioni nel food delivery.

L‘ecosistema italiano delle startup arranca nella competizione con gli altri Paesi? Sì, e lo sappiamo da tempo. Non mancano i segnali di recupero rispetto alle nazioni capofila, ma guardando al fenomeno delle neoimprese innovative su scala globale appare eviedente lo squilibrio tra i rapporti di forza.

Prendiamo per esempio due settori, molto diversi fra loro, finiti di recente sotto la lente di ingrandimento del Politecnico di Milano e dei relativi Osservatori. Partiamo dalla “sharing e peer2peer economy”, modelli che sfruttano le tecnologie per far incontrare velocemente domanda e offerta e in cui vincono le idee orientate alla sostenibilità ambientale e capaci di consentire l’accesso a determinate risorse senza i vincoli del possesso: tutto questo è qualcosa di tangibile, dicono gli esperti, e si sta rapidamente diffondendo.

L’economia della condivisione, in particolare, sta regalando grandi opportunità alle startup, anche italiane. La ricerca del Politecnico ha censito 195 imprese a livello internazionale operative in questo settore, stimando una raccolta di finanziamenti complessiva superiore ai quattro miliardi di dollari e un investimento medio a startup di circa 25 milioni.

Oltre la metà dei capitali distribuiti (il 55%) è finita nelle casse di Ofo e Mobike, piattaforme di bike-sharing nate in Cina e attive anche in Europa (Italia compresa) e America. La maggior parte degli investimenti, il 73%, si concentra sulle startup operanti nell’ambito del cosiddetto “pseudo sharing” (beni messi a disposizione da un’azienda), a cui sono andati circa tre miliardi di dollari.

Le iniziative di origine asiatica, poco meno di una trentina, sono al momento la destinazione più gradita per i capitali di rischio, in virtù dei 3,3 miliardi attratti negli ultimi cinque anni. Le 85 imprese innovative censite in Europa si sono invece fermate a “soli” 202 milioni, mentre le 70 realtà attive negli Stati Uniti hanno ricevuto 282 milioni. E le italiane?

Quelle analizzate dallo studio sono 26 e hanno saputo raccogliere investimenti pari a 23 milioni di dollari. Sul podio delle più finanziate svettano Supermercato24 (piattaforma per la spesa online con consegna in giornata), ProntoPro (marketplace di professionisti per servizi o prestazioni occasionali) e Moovenda (consegna di cibo a domicilio). La prima delle tre, in particolare, ha convinto venture capital e altri soggetti a investire oltre cinque milioni di dollari, mentre le altre due si sono fermate per ora a 3,7 e 2,2 milioni, rispettivamente.

Se guardiamo ai numeri del mercato dell’Internet of Things in Italia, occorre essere soddisfatti: il giro d’affari è cresciuto del 32% nel 2017, arrivando a toccare i 3,7 miliardi di euro. Le startup che operano in questo comparto, però, fanno ancora fatica. Quelle censite dal Politecnico sono 99, metà delle quali finanziate da investitori istituzionali, e la raccolta nel complesso supera di poco gli 11 milioni di euro, segnando una contrazione del 2% rispetto all’anno precedente. Solo una su dieci (il 14% per la precisione) è riuscita a ottenere investimenti superiori al milione di euro, bussando in vari casi alle porte dei venture capital internazionali, statunitensi soprattutto.

Le startup dell’Internet delle cose, insomma, procedono con un andamento lento dettato dalla difficoltà di reperire capitali, al cospetto di un fenomeno che su scala globale conta oltre 600 startup e un volume di finanziamenti stimato per il 2017 nell’ordine dei 4,8 miliardi di dollari, in salita del 30% rispetto al 2016.

Alcune eccellenze italiane, come detto sopra, hanno deciso di puntare sui mercati esteri per superare lo scoglio di investimenti che languono: i nomi sono quelli di Empatica (suo un braccialetto da polso smart pensato per le persone affette da epilessia), Emoj (startup anconetana, incubata dall’Università Politecnica delle Marche, che misura in tempo reale le emozioni degli utenti nel punto vendita) e ancora Wib, Sofia e Neosurance.

 

Le consegne a domicilio che piacciono agli investitori

Forban e Foodracers sono due aziende che in comune hanno una missione – le consegne a domicilio dei pasti – e che di recente sono salite alla ribalta per la chiusura di importanti round di finanziamento.

La prima, dopo il seed iniziale di 500mila euro nel 2016, per il lancio della società, e dopo un secondo investimento di 650mila dell’aprile scorso, ha annunciato a maggio un terzo aumento di capitale da circa un milione e mezzo di euro, sottoscritto dal medesimo pool di investitori privati del precedente round. I capitali complessivamente raccolti sono saliti oltre quota 2,6 milioni.

Nata con l’etichetta di primo “ristorante digitale” di Milano nella logica di un servizio di “food delivery” a tutto tondo, controllando l’intero processo in modo integrato, dal software di gestione degli ordini alla produzione fino alla consegna a domicilio, Foorban è ora pronta a fare il salto e con lei i tre giovani fondatori (Stefano Cavaleri, Marco Mottolese e Riccardo Pozzoli, tutti under trenta).

La nuova liquidità verrà investita per ampliare ulteriormente un team già raddoppiato negli ultimi dodici mesi, oltre che per il consolidamento della piattaforma di delivery e per la crescita delle attività retail B2B. Queste ultime sono state avviate a novembre 2017 con il primo “negozio offline” inaugurato all’interno del quartier generale milanese di Amazon, per servire in modo esclusivo pasti freschi a oltre 500 dipendenti. L’obiettivo dichiarato è quello di avviare in tempi relativamente brevi, tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2019, il processo di internazionalizzazione di entrambe le linee di business, con una strategia di sviluppo, a cavallo del digitale, che punta decisa in direzione dell’omnicanalità.

Il modello che prevede l’ordinazione del pranzo attraverso un’app per smartphone o tramite sito Web e la consegna entro 30 minuti, del resto, ha già prodotto risultati importanti, vedi i cinquemila clienti e centomila pranzi distribuiti fino a oggi a Milano e un fatturato cresciuto dell’800% anno su anno.

La consegna a domicilio del cibo è un “affaire” anche in Provincia. Per Foodracers, startup di Treviso nata nel 2015 per portare il food delivery nelle città al di sotto dei 100mila abitanti, l’aumento di capitale ufficializzato a fine marzo è stato di 600mila euro e reca la firma di quattro imprenditori veneti, che entrano in società con il 10% delle quote.

Nell’ultimo anno Foodracers ha registrato 130mila ordini e un fatturato di 500mila euro su un transato di oltre tre milioni. L’obiettivo ora è quello di crescere ancor più velocemente, raddoppiando il team (dagli attuali 16 dipendenti e oltre 350 fattorini) e arrivando a operare in 80 centri urbani nell’arco di tre anni. Attualmente il servizio è presente in 22 città e sono 650 le convenzioni attive con ristoranti, piccoli locali tradizionali e catene come Roadhouse Grill, Old Wild West, Zushi, I-Sushi e Grom.